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13 novembre 2007
cairano, foto
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11 novembre 2007
Teora Infuriata / comunità / al_amaro
Non è facile essere "viaggiatore d'architettura" in Alta Irpinia
Un ignoto Enzo Bonifazi di Teora è molto infuriato come me. E perché? Perché mi son permesso di esprimere, sul foglio on-line "PresS/T letter", che va settimanalmente a 15.000 architetti italiani, un'opinione sulla "sua" Teora post/terremoto. E questa opinione al Malifazi di Teora non è stata gradita. Non si sa perché, non è dato sapere. Forse polemiche locali, diciamo pure paesane, con l'attuale amministrazione. Non saprei, non so, non me ne fotte niente. ___ Mi pare il Nostro, per innestare una considerazione a Noi utile, la foto vivente della Vecchia Irpinia inospitale e montana. Arroccata su se stessa e alla fine perdente culturalmente. E da fottere soltanto. Teori e vacche da mungere, al prossimo terremoto. Alla prossima disgrazia. Magari da un intellettuale "locale" che ha studiato e sta "a Napule" (o altrove, ... a Firenze, a Bologna, a Milano, a Seattle ... in qualche attuale società di ingegneria, soprattutto sociale)!!! ___ Son certo però che è questo inospitale scritto dell'ignoto Malifazioso di Teora esprima un atteggiamento minoritario e che la bile che lo nutre non appartenga del tutto all'attuale sentimento dell'Alta Irpinia. Costretta dai fatti d'oggi a cambiare, forse suo malgrado, credo. ___ Speriamo che in tal senso
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Il disagio sociale in Irpinia
Con questo post vorrei sollecitare una riflessione critica sulla nostra realtà, per cercare di sensibilizzare le coscienze di tutti noi sulla questione del "disagio giovanile" sempre più diffuso e crescente nelle zone interne del Meridione, precisamente in terra irpina, troppo spesso considerata (erroneamente e superficialmente) come un'"oasi felice". Un pezzo dell'Italia meridionale, che in realtà rivela un progressivo imbarbarimento dei rapporti sociali e interpersonali, un pericoloso arretramento e peggioramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in modo particolare delle giovani generazioni e degli anziani. Pertanto, intendo subito puntualizzare che la formula linguistica adoperata (ossia "disagio giovanile") è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è legato ad una condizione meramente anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di "disagio sociale", benché questo malessere investa soprattutto le "categorie" dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili e vulnerabili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà e alle avversità, anzitutto materiali, che l'esistenza quotidiana oppone ed impone agli esseri umani, senza offrire alcuna speranza di "salvezza" o di superamento. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell'emigrazione (anche per le fasce sociali maggiormente scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico ed obsoleto, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l'assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche, profonde e strutturali che generano ed alimentano il malessere materiale ed esistenziale dei giovani. Intere generazioni che nascono, crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, l'Irpinia, ma poi sono costrette ad emigrare altrove, per far valere le proprie qualità e il proprio talento, per rinvenire un luogo in cui vivere decorosamente, per scoprire un ambito in cui realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano umano e sociale. Se invece restano, sono costrette a "scelte" obbligate estremamente umilianti ed avvilenti, quali inchinarsi al solito "santo patrono protettore", oppure farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economico-materiale, ma soprattutto di pervenire alla piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta infatti di situazioni sempre precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori. Con queste righe io intendo scagliarmi contro l'ipocrisia, l'indifferenza, l'impotenza, l'inefficienza, lo strabismo delle istituzioni locali, apatiche ed incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del "fenomeno", ossia le ragioni di questa diffusa disperazione di tipo sociale ed esistenziale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti - e destinati ad aumentare, purtroppo - sono i lavoratori già "anziani" che si trovano senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento improvviso e inatteso. Per comprendere la crescente drammaticità della situazione, basterebbe citare un dato davvero impressionante ed allarmante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ciascuno di noi : nel 2006 il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha superato quota 40! E il 2007, ancora in corso, non sembra (purtroppo) essere da meno. Per non parlare dell'elevato e crescente numero dei decessi dovuti ad overdose. Queste cifre sono davvero raccapriccianti ed inquietanti, e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a tentare qualche giusto provvedimento, tutti coloro che sono deputati a livello politico-istituzionale per rispondere a drammatiche "emergenze" sociali come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di problematiche tra loro distinte e separate, che esigono e comportano interventi differenziati, ma richiedono comunque un'analisi razionale, organica e totale, in grado di indagarne, comprenderne e spiegarne le cause. Ebbene, quale è la "risposta" messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Semplice: il ricorso sistematico ed imbelle alle forze dell'ordine, all'inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico) e dei posti di blocco, alla repressione poliziesca, come se questi sistemi autoritari e coercitivi potessero rimediare efficacemente al malessere diffuso e dilagante nelle nostre comunità, che trae origine da altre "emergenze" e da altre problematiche sociali che ancora non hanno trovato una soluzione adeguata e razionale: la disoccupazione, la nuova emigrazione, la crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, l'assenza di diritti e tutele, di speranze per i tanti giovani, e meno giovani, dell'Irpinia.
Lucio Garofalo
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10 novembre 2007
11 novembre, san martino
San Martino è il Patrono della CHIESA MADRE di CAIRANO; si festeggia l'11 novembre_
1.__San Martino di Tours, Vescovo di Tours (Francia), viene raffigurato a cavallo mentre taglia a metà con la spada il suo mantello per coprire un mendicante. agiografia di San Martino http://www.cartantica.it/pages/sanmartino.asp
2.__San Martino come Bacco, protettore del vino / Nella tradizione abruzzese San Martino è il protettore del vino e si narra una leggenda sulla sua vita per spiegare questa attribuzione. La figura del santo non ha niente a che fare con il Santo venerato dalla chiesa, ma è una figura che ricalca in modo impressionante quella di Bacco. Nella mitologia classica dal corpo di Bacco ucciso spunta la vite e questo è anche il punto centrale della figura di San Martino nella leggenda. Un'analisi attenta del testo della tradizione ci dice molto sul sincretismo pagano-cristiano ancora largamente diffuso nella nostra tradizione, tenuto conto che la festa di questo santo l'undici novembre è associata a una particolarissima festa detta "Processione dei cornuti" che è un vero e proprio relitto del Baccanale e delle feste della fertilità. __La vita di San Martino / San Martino era uno che si ubriacava sempre, un ubriacone. Una sera d'inverno, faceva molto freddo e San Martino era stato in una cantina e si era ubriacato. In quei giorni la moglie era incinta e stava per partorire, mentre egli tornava a casa, gli venne uno scrupolo nell'anima. Disse fra sé e sé: "Ora torno a casa e vado a coricarmi accanto a quella poveretta,così intirizzito dal freddo come sono, ubriaco. Non voglio farla soffrire, per questa sera dormo giù nella nostra cantina." E così fece. Entrò giù nella sua cantina e si accovacciò in una nicchia scavata dentro il muro proprio dietro una grande botte. La notte, a causa del freddo, morì! Quando la sua anima giunse davanti a Dio, Dio vedendo che lui era morto per non fare del male alla moglie, lo fece santo. Intanto la moglie aspettò invano ma del marito non seppe più notizie. Ma da quel giorno cominciò ad accadere un fatto miracoloso: da quella grande botte che lei teneva in cantina, più vino cacciava e più ce ne ritrovava! La notizia si sparse, venne il prete e la gente dal paese per vedere quel miracolo. Il prete volendo accertarsi cosa stesse accadendo, osservò bene la botte sotto e sopra, davanti e dietro. Vide il corpo del santo dentro la nicchia e vide che dalla sua bocca era spuntata una vite e questa vite era entrata dentro la botte. Guardarono dentro la botte e videro che questa vite aveva l'uva che diventava vino da sola. Allora dissero: "Solo un santo può fare un miracolo come questo!" E vi costruirono una chiesa. Ecco perché San Martino è il patrono del vino. __ a cura di Laura Pelliccione
3.__http://www.lunario.com 11 Novembre: San Martino. / La tradizione vuole che nel giorno di San Martino si assaggi il vino novello. In alcune zone delle nostre campagne per San Martino si preparavano dei pani particolari, a base di zafferano aromatizzati con semi di finocchio, si preparava poi un sugo a base di carne di maiale in cui inzuppare il pane. per la serata si invitavano parenti e amici per trascorrere insieme la serata mangiando il "pane di San Martino".
4.__La leggenda racconta che san Martino, mentre era in cammino perse l' asino e che alcuni bambini con la loro lanterna lo ritrovarono. Per ricompensarli san Martino trasformò in dolci lo sterco del suo asino. San Martino viene festeggiato soprattutto nel Nord della Francia, in alcune zone della Germania, del Belgio e dell' Olanda. Per la sua ricorrenza, l' 11 novembre, i bambini di queste nazioni fabbricano delle lanterne e e vanno alla ricerca di san martino e del suo asino.
5.__ ... Ebbene, per il povero c'è il santo dei poveri, c'è san Martino, quel del mantello, quello dell'estate, e san Martino permette che si semini ancora per la sua festa, la quale è agli undici di novembre: Per San Martino, la sementa del poverino...
9 novembre 2007
DOMENICA 11 a CAIRANO
DOMENICA 11 a CAIRANO
il tempo sarà buono. questo significa che dobbiamo aspettarci l'arrivo anche degli indecisi.
dario ha annunciato la sua presenza insieme a otto amici napoletani. forse è l'occasione per aggiungere al programma la visione del nuovo video, SCUOLA DI PAESOLOGIA.
per arrivarci, info sul web http://www.comune.cairano.av.it
per i navigatori evoluti 40°53'48" lat. N 15°22'08" long. E elev. 723
punto di ritrovo: piazza dinanzi la Chiesa della Concezione (centro)
QUESTO IL PROGRAMMA PROVVISORIO
ore 11 inizio passeggiata alla strada delle "grotte" e al "parco archeologico"
ore 12 inizio passeggiata ai ruderi del Castello e alla Rupe
ore 13 colazione insieme (la comunità di Cairano offrirà prodotti locali, ognuno però porti qualcosa poichè non sappiamo -purtroppo- ancora quanti saremo)
ore 15 discussione collettiva sulla vita che c’è a Cairano e negli altri paesi più piccoli
coccole dalle 12 alle 17 AMBULATORIO di COCCOLE a "cura" dei Clown Dottori e Volontari dell'Associazione Ridere per Vivere-Campania http://www.riderepervivere.it/
cari amici "provvisori" _ domenica sarà con noi a cairano anche caterina potrelandolfo.
è una cantante lucana che vive a napoli. canta cose antichissime con una voce antichissima. vi dico questo per dirvi che siete pregati di scegliere almeno una persona cara e portarla con voi a cairano. la comunità provvisoria che vedremo domenica deve essere la somma di piccolo comunità che arrivano da varie parti. non fatevi scoraggiare neppure da un eventuale cattivo tempo. il sole sarebbe un gran cosa, ma anche col tempo brutto impareremo altre cose. (f.a.)
... dunque, a Cairano non arriva un uomo politico a fare un comizio, ma arrivano persone che hanno voglia di vedere ed ascoltare. Arriveranno uomini giovani e anziani, donne e bambini. Arriveranno perfino gli esperti delle coccole. (f.a.)
la comunità provvisoria si ritroverà a CAIRANO, un piccolo sforzo e ci saremo tutti ! ... chi non riuscirà ad esserci può seguire la giornata sul BLOG, stiamo preparando un collegamento in "web foto"
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cairano / don leone
Il funerale di Don Leone __ Arrivo che il funerale è già iniziato. E oggi se ne va un prete che si
chiamava Don Leone. Lui viveva senza tirare il fiato. Mangiava dove gli capitava. Non aveva una casa. Dormiva in chiesa, spesso sull'altare, vestito, esausto dopo le lunghe serate passate con fedeli e indemoniati. Un parroco esorcista, infaticabile nel fare il bene e nel guerreggiare
col profondo impulso suicida che è alla radice di ogni possessione. Domenica pomeriggio ad Andretta, in Alta Irpinia. Giornata di latta, appena tiepida. Nell'aria settembrina c'è l'urto dell'autunno e dell'ignoto e una luce debole, pronta ad accartocciarsi verso il buio. Intorno al paese la terra è nera. Sono qui con due giovani antropologhe tedesche. Vengono dal Belice e si sono fermate in Irpinia alla ricerca di spunti per i loro studi. Hanno letto su un giornale locale del prete esorcista e sono assai curiose di vederne il funerale. Camminiamo verso la chiesa madre. Guardiamo i manifesti funebri. Ma del cordoglio stampato sui muri non c'è traccia sui volti delle persone. Un giovane parcheggia la macchina con elaborata precisione. Un demente si
affaccia sul balcone, rompe il silenzio e torna alla sua radiolina. Indugiamo a parlare con un uomo seduto davanti alla porta della casa. Dice che Don Leone era buono, troppo buono e che qualcuno perfino ne approfittava. Quando, prima di congedarci, gli diciamo di voler prendere un caffè, ci invita, con un'espressione decisa, quasi minacciosa, a non fermarci al bar che viene, ma a quello alle nostre spalle, lì la miscela è migliore. Non ci fermiamo da nessuna parte. Sentiamo il rumore di chi cammina dietro di noi. Una delle tedesche, Ute, dice che le piace riconoscere il carattere dai passi. Il rumore di oggi ha una cadenza decisa, la cadenza di chi sa dove andare e ci va con lo sguardo sensibile e le caviglie vogliose. Mi giro. Sono tre donne piuttosto anziane. A qualcuna sicuramente è morto il marito. Loro stanno bene quando escono a comprare il pane e il filo per cucire, ma soprattutto quando muore qualcuno. Peccato che un evento del genere accada solo
trenta quaranta volte in un anno. Ancora un pezzo di strada in salita e siamo sotto il grande campanile. C'è molta gente vicino alla chiesa, ogni tanto c'è chi prova ad entrare. Le persone che parlano hanno le mani ferme. Julia mi chiede come mai tanti ragazzi portano gli occhiali da sole. Le dico che questi ragazzi quando escono pensano prima di tutto agli occhiali da sole e alle chiavi della macchina. Oggi stanno qui perché ci sono tutti. Ma più che guardare vogliono farsi guardare. In un paese in cui, secondo loro, non accade mai niente, questo è un giorno
eccezionale. Ci sono anche tanti forestieri, perfino qualche bella ragazza. Proprio adesso ne sta una uscendo dalla chiesa. Ha le lacrime agli occhi. E sono le prime lacrime che vediamo. Io mi avvicino e le chiedo qualcosa con aria da giornalista. È venuta con la famiglia da Avellino. Per lei Don Leone era come un bambino, un uomo di una purezza incredibile, uno che viveva fuori dalla realtà, un santo. Mi dice anche che hanno dei vestiti che dovevano lavargli. Ora pensano di tenerseli come reliquie. Intanto davanti al portone si è aperto uno spiraglio. È il momento di
entrare in chiesa. Finora avevamo desistito anche perché l'altoparlante fa arrivare ben chiaro il discorso del vescovo, la cui parola svela istantaneamente a quale grado di finzione è sottoposta. Ascoltiamo ripetuti richiami alla povertà e alla fraternità. Il vescovo fa l'elogio di quello che faceva Don Leone, ma lo fa adesso che Don Leone è morto, lo fa perché sempre più spesso non si dice quel che si pensa e non si fa quel che si dice: anche per questo nessuno pone più vera attenzione a niente e a nessuno. Avanziamo lungo la navata. In fondo c'è una porta aperta. Ora siamo in una stanza che è servita ai prelati per prepararsi. Ci sono borse ben chiuse e qualche stola appoggiata alle sedie. È come visitare uno spogliatoio durante una partita. Ancora una porta e siamo sul fondo della chiesa, proprio dietro l'altare. Da qui abbiamo di spalle la massiccia figura del vescovo che continua il suo comizio. Di profilo, disposti a corona, ci sono tutti i preti e i frati della Diocesi. Non li avevo mai visti tutti insieme. Certo le loro facce, pur prive della ideale devozione al mistero di ciò che esiste, sono più interessanti di quelle che sfilano sugli schermi televisivi. Uno mi fa venire in mente la scena di un film con un prete seduto al capezzale di un morente che confessandosi gli fa capire di essere l'assassino dei suoi genitori. Il religioso piamente lo assolve. Poi va a prendere il fucile e gli spara in faccia. Usciamo per cogliere almeno un po' di emozione all'uscita del feretro, qualcuno che tremi per un momento. Le mie compagne hanno nella mente gli strazianti funerali del sud d'Italia che hanno visto nei film. Questo è
un funerale che non è per nulla come se lo aspettavano. Mi chiedono come mai la scomparsa di un uomo che ha fatto tanto bene non sembra suscitare rimpianti. Io cerco di allargare il discorso alla reazione alla morte che in questi paesi è assai diversa da quella di una volta. Lo scorso
inverno sono andato al funerale di un suicida nel mio paese. Un quotidiano provinciale il giorno dopo nel breve trafiletto di cronaca scriveva che tutto il paese si era stretto intorno al defunto. Il
giornalista non essendo sul posto aveva immaginato che in un paese del sud il funerale di una persona molto considerata avesse dovuto naturalmente dar luogo a un grande cordoglio. E invece al funerale c'era poca gente. Ma quello che è più curioso è stato l'impatto emotivo che
l'evento ha avuto. Quando ero bambino se qualcuno si uccideva (e la cosa capitava con una certa frequenza) era come se il paese si oscurasse. Una polverina acre si depositava su cose e persone in qualche modo coinvolte nell'evento, la spina avvelenata rimaneva a lungo sotto l'unghia. Sto pensando queste cose mentre ci dirigiamo verso Cairano, il piccolissimo paese vicino ad Andretta dove Don Leone era nato e voleva essere seppellito. Ora noi siamo sulla cima del paese. Julia si è seduta per terra e guarda lo strapiombo che c'è giù. Stanno arrivando le macchine del funerale.
Sono tante, procedono lentamente. E dall'alto, una dietro l'altra, silenziose, colorate, queste macchine sembrano modellini spinti da un soffio. Osservo questa scena che fa sbiadire le tinte accese in cui ingarbugliamo ogni giorno la nostra esistenza, incapaci di lasciarla fluttuare senza freni nella sua dimora naturale tra l'indefinito e l'infinito. Scendiamo dal nostro punto di avvistamento e ci uniamo al corteo che accompagna Don Leone al cimitero. Alcune persone vestite in uno strano modo portano a spalla la bara, davanti a loro ci sono dei giovani che
intonano un canto religioso. Guardo l'uva quasi matura di una vigna adiacente al cimitero che si trova su un pendio ripidissimo, cammino a passi rapidi e sento distintamente che sto camminando, che sto vivendo un giorno della mia vita e queste persone che mi circondano sono come pane benedetto. franco arminio
comunità / michele fumagallo
Cari Amici della Comunità Provvisoria,
l'incontro di domenica 11 novembre a Cairano è il terzo dopo quelli di Bisaccia e Abbazia del Goleto (Sant'Angelo dei Lombardi). Dopo una partenza entusiasmante, non sfugge oggi a tutti noi l'impasse in cui si trova la "comunità" dopo appena due mesi dall'inizio della sua storia.
Vi confesso che tutto questo non mi meraviglia. E' assolutamente normale che in una comunità di amici che si incontrano in modo spontaneo e informale accada questo.
Tuttavia c'è una cosa che non deve avvenire pena la fine anticipata dell'esperienza. Ed è quella della disgregazione del gruppo. Cerco di spiegarmi.
Il primo incontro promosso da Franco Arminio alla Locanda Grillo d'Oro di Bisaccia è stato molto interessante ma mancava forse di qualche punto fermo (c'è sempre un punto fermo in qualsiasi attività umana altrimenti la cosa muore in fasce o addirittura abortisce). In queste brevi e disordinate note cerco di indicare qualche punto fermo per la nostra attività futura.
La comunità nasce come desiderio di incontro tra persone che vivono in un territorio (per adesso più o meno quello provinciale poi si vedrà), che hanno voglia di parlarsi, di conoscersi, di scambiarsi idee ed esperienze. Questa è la sua unica, e sottolineo unica, finalità. Guai a pensare di poter sintetizzare tra persone che hanno idee, esperienze e pratiche diverse di vita e di impegno civile e politico.
Guai a pensare di poter usare le persone per altre cose, anche nobili e giuste, ma qui assolutamente improprie e pericolose perché foriere di forzature distruttive. Questo è quello che dobbiamo capire tutti.
Voglio dire che a tutti noi fa comodo e piacere incontrarsi, conoscersi, parlarsi. Ma nessuno deve avere la minima impressione di essere usato per altri fini.
Momentaneamente la comunità provvisoria, e mai nome fu più azzeccato, tale è e tale deve restare.
Chi ha il suo impegno politico, lo deve esplicare per fatti suoi altrove, non qui.
Chi ha il suo impegno professionale, lo deve verificare altrove, non qui.
Chi ha desiderio, certo legittimo, di intervenire sulla realtà in qualsiasi modo, fosse pure quello semplice e banale di un comunicato stampa, deve farlo altrove, non qui.
Per quanto riguarda l'informazione dei nostri incontri, penso che in questa sede noi dobbiamo avere il coraggio (sì, si tratta proprio di coraggio oggi) della "chiusura" e del "rifiuto". Dove il termine chiusura rimanda un pò a quello di "separatezza", termine caro alle femministe di un tempo, che alludeva al guardare in se stessi, al non essere disturbati momentaneamente da altro. Mentre invece il termine rifiuto è semplicemente la messa in opera, urgente ovunque e in qualsiasi attività oggi, di una difesa dall'inquinamento e manipolazione dell'informazione nella nostra epoca.
L'informazione qui da noi, nella comunità provvisoria, è solo (solo? ma è forse la più rivoluzionaria che possa esistere!) quella che scaturisce dall'incontro e dal contatto personale, naturalemnte senza escludere, siamo sempre figli della nostra epoca, l'uso intelligente ma parco di internet.
Mi rendo conto che tutto ciò possa lasciare con l'amaro in bocca chi ha altre finalità, ripeto tutte legittime, ma qui, nella nostra comunità provvisoria, assolutamente improprie.
Sento già qualche obiezione: ma allora così che facciamo, andiamo avanti a vita a incontrarci, parlarci, eccetera? La mia risposta è no, non andremo avanti a vita. Anzi io ho una proposta da fare agli amici della comunità: andremo avanti con gli incontri mensili in luoghi diversi del territorio per un anno. Poi tutto è lasciato al caso e a ciò che accadrà dopo queste esperienze di un anno. Solo allora si farà un bilancio e si deciderà il da farsi. Oggi invece è obbligatorio stabilire che gli incontri sono assolutamente informali, piacevoli, amicali e nulla più (nulla più? ma è già tantissimo se riusciamo a fare questo, altroché!), senza decisioni di nessun tipo tranne il luogo dove incontrarsi il mese dopo.
Gli argomenti, mese per mese, possono essere decisi o da Franco Arminio, che è stato il promotore di questa iniziativa, o da chiunque nell'assemblea, magari il prossimo "padrone di casa", cioè l'amico che ci ospita nel proprio paese.
Ecco, stabilire questi punti fermi, ci fa, almeno secondo la mia opinione, uscire dall' "ingorgo", e soprattutto dal pericolo dello sfaldamento dell'iniziativa. Michele Fumagallo
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un ricordo emozionale / luca
Ho scoperto Cairano dai finestrini di un treno. Esperienza unica il paesaggio che muta. Cairano dalla sua rupe che ti penetra attraverso gli occhi sul ritmo lento di un vagone, come uscito dal film della "Donnaccia". Era il 1995 un treno a pasquetta che ripercorreva l'antica linea Avellino Rocchetta.- Ci sono salito – a Cairano - per la prima volta in una mattina di ottobre, cielo azzurro terso e sotto il "mare" di Cairano bianco, soffice, "Al di là dell nuvole".- Poi la tesi all'Università, l'impegno professionale, e il non stancarsi mai di mandare amici e "strani" viaggiatori a Cairano. Nessuno poi mi ha mai rimproverato di averli spediti "da un'altra parte del mondo".- Forse, sapendo che in Irpinia c'è ancora un'altra parte del cielo bisogna inventarsi nuove funzioni per questi centri, altrimenti rischiamo di mummificare cadaveri. __ Certo l'emozione molto spesso è generata dalla predisposizione del proprio stato d'animo, però a volte il luogo ti libera e forse vuoi volare. Era il maggio del 1997 che accompagnai un gruppo di persone a me care (oggi dove sono con il loro cuore ?) sulla rupe , a spaziare con lo sguardo a 360° , restituisco a voi e a me foto ancora stampate su carta kodak e chissà che domenica non ci sia qualcuno che faccia di nuovo ossigenare il proprio cuore.- Luca
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no media / persone e personaggi / rave party / comunità
DOMANI MI ATTIVO PER IL VIDEOPROIETTORE. HO CHIESTO LA DISPONIBILITA' DEL SALONE EDIFICIO SCOLASTICO VICINO CASA MIA E FARO' TROVARE UNA TRENTINA dI SEDIE (O PIU') DISPOSTE A CIRCOLO. PER IL RISTORO CI SARA' UNA DISCRETA QUANTITA' DI PRODOTTI TIPICI, PREVISTE SEMPRE 30 PRESENZE. IL VINO SARA' IL MIO CON ASSAGGIO DEL NOVELLO. L'HO GUSTATO OGGI ED E' STAORDINARIO!!! STO VEDENDO PER L'ORGANETTO. LEGGEREMO UN PAIO DI POESIE DI UNO SCRITTORE CAIRANESE. PRIMA DI ANSARE VIA HO PROGRAMMATO UNA BREVE VISITA ALLA PRO-LOCO. DONEREMO QUALCHE COPIA dei libri: " CAIRANO NELL'ETA' ARCAICA " e " UN'ESPERIENA NEOREALISTA A CAIRANO "nonchè il DVD del film "la DONNACCIA" E di " FESTARIA " OLTRE A CARTOLINE SU CAIRANO. SALUTI da LUIGI (e zi michelino)Etichette: antonio luongo, cairano, comunità provvisoria, luigi d'angelis, verderosa



