9 maggio 2007

ANAB al Goleto

ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica), Milano
Ordine Architetti della Provincia di Avellino

Programma della visita guidata del 12 maggio
Visita nel Borgo Medioevale di Castelvetere e nell’Abbazia del Goleto
dove sono stati eseguiti estesi lavori di recupero, nell’ambito dei Progetti Integrati promossi dal POR Campania / Comunità Europea.
Saranno proiettate e commentate immagini relative alle tecniche di restauro e alle innovazioni tecnologiche. La visita permetterà di riscoprire una parte eccellente del patrimonio architettonico e storico dell’Alta Irpinia che, nonostante gli interventi effettuati, è ancora alla ricerca di una piena valorizzazione turistica.
Ore 9,30 appuntamento a Castelvetere s.C. nella piazza centrale del paese
Ore 9,45 visita al Borgo di Castelvetere http://www.comune.castelveteresulcalore.av.it/ http://www.saporinelborgo.it/
Ore 11,45 spostamento verso l’Abbazia del Goleto http://http://www.goleto.it/
Ore 12,00 visita all’Abbazia e ai lavori di restauro e di recupero
0re 13,00 intervento con video proiezione dell’Arch. Angelo Verderosa
Ore 14,30 colazione di lavoro c/o il wine bar “alle Sorgenti dell’Ofanto” http://www.allesorgentidellofanto.it/
info: 0827.215122

4 maggio 2007

Letti vuoti in Irpinia

A seguito del convegno tenuto a Castelfranci,
Eduardo Alamaro ha pubblicato un intervento “Letti vuoti in Irpinia”
sia sul Corriere che nella allegata rivista di architettura on-line PresS/Tletter n.16 – 2007
Chi vuole partecipare al dibattito può scrivere una e.mail a l.prestinenza@libero.it
saluti, angelo verderosa

INTERMEZZO
Letti vuoti in IrpiniaNei dibattiti “culturali”, nei convegni scientifici, specie se specifici e tecnici, specie se svolti in sedi istituzionali e in zone “interne”, ci sono dei sicuri indicatori di gradimento del pubblico: se nessuno si è alzato dalle sedie, se alle nove della sera quel convegno annovera lo stesso pubblico iniziale delle sei del pomeriggio – tre ore intese di relazioni, di interventi, di analisi dei fatti e cose, di parole & immagini, rendiconto di quanto realizzato sul luogo – significa che quella iniziativa è stata utile, che ha colto nel segno, che ha fatto cultura; che ha allargato il perimetro della partecipazione pubblica, fornito degli strumenti ai nativi, ai cittadini del luogo.E’ quanto accaduto venerdì scorso al convegno d’architettura “Borghi, castelli e abbazie: esperienze di restauro in Irpinia”, tenutosi nella sala del consiglio municipale di Castelfranci (AV). Il successo della manifestazione è da ricercarsi innanzi tutto nei contenuti e nel tono pacato, ed al contempo implacabile, fino alla lucida denuncia, della relazione e video-proiezione del giovane architetto del luogo Angelo Verderosa (vedi “Letture d’autore” in PresS/Tletter, n. 8/2007, nda). Egli ha relazionato sulle esperienze di restauro architettonico che ha effettuato (in comunione con un articolato gruppo di lavoro), sul sistema dei borghi medievali irpini della Terminio Cervialto: il magnifico quadrilatero Castelvetere, Quaglietta, Volturara, Taurasi (castello incluso); nonché della famosa abbazia del Goleto e il museo diocesano di Nusco. Un’occasione professionale tramutata beneficamente in una proposta culturale profonda; in una esemplare offerta di metodo e di approccio non fumoso al territorio sociale alto-irpino, incluse le antiche architetture da “curare”, oggetto del pubblico incontro a Castelfranci.L’approccio dell’architetto Verderosa – coordinatore delle tecnologie e del restauro tutto – è stato infatti soft, rispettoso ma non ossequiante, umile ma al contempo ambizioso; ha dimostrato in concreto che si può fare coesione e “lavoro sociale” partendo dallo specifico professionale; è riuscito a creare un “bel clima in cantiere”, come ha affermato; ha colto un’occasione professionale – ben sorretto dalla visione non localistica della “Comunità montana Termini Cervialto” – per sperimentare un modo di stare insieme, di ricostruire in loco una speranza d’architettura, salvaguardando i legittimi intessi di tutti i soggetti, pubblici, privati e istituzionali coinvolti; sperimentando al contempo, e ciò è quello che più interessa lo specifico architettonico, non solo “pratico”, tecniche di lavoro inclusive del passato, integrate al luogo, economiche e efficaci perché rese contemporanee. Far bene con poco, il minimo è il massimo, quasi un miracolo! “Recuperando l’antica pietra del monumento, ho recuperato la nostra storia”, ha detto con orgoglio, “ho contribuito a formare nuovi maestri d’arte del luogo”; quelli di cui una volta l’Irpinia andava fiera (si pensi agli scalpellini e ai maestri della pietra di Nusco): sono le nuove maestranze alto/irpine, alla lettera, formate in cantiere, direttamente, a costo zero, con un’attenta direzione di lavoro, (sul punto vedasi “Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia, manuale delle tecniche di intervento”, a cura di Angelo Verderosa, prefazione di Massimo Pica Ciamarra, De Angelis Editore, 2005, ndr).Quello esposto nel convegno è stato quindi un restauro architettonico (e al contempo "restauro sociale") che contiene una qualità artigianale intrinseca (e che come tale andrebbe approfondito, veicolato e pubblicizzato, come emerso dal dibattito); artigianato di tipo nuovo, inteso cioè non come fatto residuale e nostalgico di tecniche e modi del passato costruttivo ed abitativo, ma come recupero artigianale dell’uomo stesso, oltre l’uomo industriale, in una prospettiva contemporanea industriosa, straordinariamente attuale e forse neo-partecipativa. Architettura umile (e nobile) mestiere, si potrebbe dire; partire evangelicamente dalla pietra scartata ch’è diventata pietra d’angolo della costruzione (e ricostruzione) dell’Irpinia Verde/rosa; quella che ha forse avuto il coraggio e la semplicità di mettere i sentimenti dentro le cose; contro l’architettura cinica e arrogante sperimentata nei bidoni dei "frammenti urbani" post/sismici, arroganti para-utopie sopra la gente, veicolanti modelli di comportamento lontani mille miglia dal vissuto quotidiano del loco post/irpino; cose e "cosi" che si son rivelate marziane e cervellotiche, calate di brutto (alla lettera) sul territorio. Andare a parlare con quegli sfortunati abitanti per credere! (e vi prego, non recitiamo sempre il consolatorio proverbio architettonico nazionale: «‘o Presepe è bbello, so’ ‘e Pasture ca so’ bbrutte!!»; ossia, in questo caso: «il frammento (urbano) è bello, so’ ‘e cafune che so’ brutti!» Tutto bene quindi, in nell’alt(r)a Irpinia? NO, affatto!! Siamo alle solite: il restauro architettonico esposto nel convegno è parso slegato parzialmente dalla sua destinazione d’uso, ed assolutamente, nei fatti, da un convincente progetto di gestione, interno ad un concreto sviluppo socio-economico del sistema “borghi d’Irpinia”. Insomma, ancora una volta ci sono i contenitori restaurati, mancano i contenuti! son corte, o tagliate del tutto, le gambe sociali per camminare, questa l’estrema sintesi. Peccato, il gruppo dell’Irpinia Verde/rosa, battezziamola così, ce l’aveva messa tutta, ma non è detta ancora l'ultima parola. «Facciamo Presto!!!», contro il famoso e sfortunato titolo–slogan degli anni ottanta: “Fate Presto!!!”, (ed Essi fecero!, nda). Questo convegno si è concluso in un grido di dolore, ma anche di speranza della ragione. Non è stato (solo) un lamento. E’ sperabile che si applichi alla gestione del "Sistema Borghi d’Irpinia", la stessa strategia partecipativa sperimentata cn successo nel suo restauro architettonico; è indispensabile suscitare idee luminose per attrarre capitali, soprattutto umani, la più grande risorsa, onde evitare una nuova sconfitta dell’Irpinia e un nuovo sperpero di danaro pubblico, nonostante le più rosee e verde/rosee speranze. Quando son scorse sullo schermo le immagini di una sessantina di minialloggi turistici completamente attrezzati ma inutilizzati, nei borghi restaurati, veniva voglia di dire: ma a che gioco giochiamo?, Oltre alle “culle vuote”, anche i “letti vuoti”? Perché il valore culturale del monumento ben restaurato non è diventato (ancora) valore economico? Perché, a differenza dell’Umbria, regione “similare” per sisma e conformazione territoriale, molto nominata nel dibattito, l’Irpinia non decolla (ancora) nel turismo culturale e nell’architettura restaurata con pazienza e qualità? Ai posteri (e posteriori) l’ardua sentenza. Saluti post/sismici, Eduardo Alamaro (eldorado)

30 aprile 2007

borgo musicale in molise

Ti segnalo inoltre un borgo in Molise dove quei pochi abitanti rimasti danno ospitalità a band musicali giovanili; link http://www.4ventilive.com/

2 marzo 2007

Pietra Irpina

Pietra irpina
L’Irpinia sub-appenninica è ricca di buoni materiali lapidei adatti alla costruzione e all’impiego pavimentale esterno; materiali un tempo reperibili un po’ ovunque, oggi sono estratti principalmente nelle cave di Sant’Andrea di Conza, Bisaccia e Melito Irpino e lavorati, oltre che nei suddetti siti, nei laboratori di affermata tradizione artigianale: Fontanarosa, Gesualdo, Grottaminarda, Montella, Bagnoli, Nusco, Lioni, Conza.
Nei centri storici scampati al sisma del 1980 la pietra è ovunque; nei portali e nei cantonali dei palazzi nobiliari, nei rosoni e nei basamenti delle chiese, nei davanzali e negli stipiti di porte e finestre, nei balconi e nei gattelli in aggetto, alla base delle case scavate nei fianchi delle rupi … sotto gli intonaci delle case in muratura … nei vicoli e nelle piazze; simbolo arcaico dei luoghi e della secolare abilità dell'uomo che sempre ha affidato alla incorruttibilità della sua superficie parole e segni da tramandare.
Dalle cave autorizzate di Sant’Andrea di Conza-Pescopagano e Melito Irpino si estrae una pietra compatta, chiara e variegata, adatta alla costruzione e alla decorazione, prevalentemente costituita da minerali “di durezza Mohs da 3 a 4”, denominata "brecciato irpino"; si presenta come un conglomerato ghiaioso di varia granulometria e cemento calcareo, costituita da breccia di matrice carbonatica e derivante da rocce sedimentarie; a granulometria minore corrisponde materiale di maggior pregio.
A seconda della granulometria e dei siti originari di estrazione si hanno le varie denominazioni: “favaccio” o “favaccia”, “favaccino”, “brecciato”, “pietra di Fontanarosa”, “pietra di Gesualdo”, ecc.
La superficie a vista viene lavorata bocciardata, picconata, scalpellata, pettinata, levigata e, di recente, sabbiata e burattata. All’interno viene posato con lucidatura in opera.
A Gesualdo si estrae, ormai episodicamente, l’ “onice di Gesualdo”, marmo di grande effetto decorativo, trasparente quando tagliato in lastre sottili, ricco di venature multicolori, non adatto per l’uso esterno.
A Bisaccia, viene ricavata mediante sfaldatura meccanica di cava, una pietra marnoso-calcarea, compatta, lavorabile, con interessanti effetti di colorazione sabbioso-giallastre miste a macchie grigio-brunastre e con vene calcistiche e rossastre. Viene cavata sotto forma di lastrame irregolare e selci, a spessore variabile (40-90 mm.) e pezzature comprese mediamente tra 20 e 60 cm.; il coefficiente di imbibizione medio, contenuto entro il 3%, la rende adatta all’uso esterno.
La buona consistenza strutturale delle due tipologie di pietra irpina, il variegato cromatismo, il comfort al calpestio, le possibili lavorazioni, la resistenza al gelo e all'usura per attrito, consentono una soddisfacente utilizzazione sia nelle pavimentazioni carrabili che pedonali.
La “pietra di Bisaccia”, lasciata a “piano cava”, si presta meglio in genere per pavimentazioni ad opus incertum o a cubetti; il “brecciato” si apprezza soprattutto lavorato in lastre regolari o a correre, basoli, cordoni, zanelle, caditoie, bauletti, dissuasori, panchine.
La posa in opera necessita di una preventiva fondazione di tipo stradale, costituita da una massicciata in pietrame misto costipato e rullato, a cui si sovrappone un massetto in calcestruzzo armato con rete elettrosaldata; sul massetto di posa, in genere realizzato con sabbia di fiume e cemento, battuto a mano, vengono posate “a fresco” le lastre in pietra; i giunti di fuga tra le lastre vengono riempiti con sabbia finissima e cemento in polvere e inumiditi fino alla presa.

Angelo Verderosa, tratto da Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia
Manuale delle tecniche di intervento (a cura di A.V.)
De Angelis Editore, Avellino 2005
scaricabile on line: http://www.acca.it/ download da home page

1 marzo 2007

Irpinia e città lineari

in PresS/Tletter n.11 2007 (marzo 2007)
Purini, Guarini, Librizzi, Cosenza, Janni, Adami, Cogliandro, Piumelli, Diffuse, Sambo
Irpinia e città lineari
L'intervista di Verderosa -presst/letter n°8- (febbraio 2007) suppone un atteggiamento nostalgico nei confronti di una realtà (Irpinia anni '80) che certo non era il massimo, anche dal punto di vista dell'abitare. I centri storici, arroccati su colline, senza collegamenti stradali, pressochè isolati da tutto, erano fatti di case di pietra di cattiva qualità (non a caso sono venute giù quasi tutte), prive di qualsiasi confort, (spazi adeguati, riscaldamento, areazione). Gli abitanti decisero di abbandonarli per nuove residenze, perchè le loro condizioni di vita erano veramente primordiali. In casi, a dir il vero abbastanza rari, vivevano ancora insieme ad animali ed in antri scavati nel tufo.In Irpinia, per la ricostruzione del dopo sisma del 1980, è mancata soprattutto la cultura della modernità: ognuno ha pensato al suo piccolo, la casa da ricostruire, il progetto da realizzare, il paese da rifare, i voti da conquistare, senza un processo organico di ricostruzione, in cui prevalesse una visione complessiva delle cose da fare: ovvero una visione urbanistica allargata ad un territorio che non poteva essere il semplice ambito territoriale comunale.Alla fine degli anni '80, si è parlato di una città lineare, che lungo la valle dell'Ofanto, da Calitri, fino a Lioni, comprendesse dei frammenti metropolitani, atti a configurare una realtà urbana, dotata di funzioni urbane superiori. Il progetto è ancora nascosto nei cassetti della nostra Comunità Montana. L'idea poteva essere quella vincente, ma bisognava superare i localismi, fortissimi allora e fortissimi ancora oggi. Eppure questa città lineare sta prendendo corpo, ma al di fuori di un necessario processo di programmazione. I centri commerciali che stanno aprendo hanno reso possibile questa realtà incompleta e frammentata, facendo molto di più di tanti studi commissionati, ma mai attuati. Adesso che la gente ha ripreso ad emigrare, si sente il forte bisogno di rilanciare quest'idea, configurando un'ipotesi di città lineare, non necessariamente dotata di spazi costruiti, anzi fatta soprattutto di vuoti, dotata, ad esempio, di reti di comunicazioni wi-fi, centri di conoscenza e di ricerca, spazi per il tempo libero e lo svago. Una città sovraregionale, che parta da Candela, nei pressi dell'autostrada Napoli-Bari ed arrivi a Lioni, dove si innesta il collegamento per la Salerno Reggio Calabria. I centri storici, da questa spina dorsale urbana, riceverebbero linfa vitale, chiaramente se ad essa fossero adeguatamente collegati.La città lineare, disposta lungo la valle dell'Ofanto, non dovrebbe essere basata sulla residenza, dovrebbe avere come sistema portante la rete di comunicazione stradale e ferroviaria, già esistente, opportunamente potenziata, innervata da poli dove si concentrano i servizi e dai cui i diramano i collegamenti con i paesi circostanti. Una città multicentrica, una specie di polipo a più teste, con tanti tentacoli che rendano possibili gli agganci con le realtà metropolitane circostanti e renda completa e autonomo il sistema delle aree industriali costruite dopo il terremoto del 1980.La città lineare ha precedenti storici illustri: la ciudad lineal di Arturio Soria, esposta per la prima volta, a Madrid, nel lontano 1882. L'ingegnere spagnolo proponeva un'alternativa radicale: “Il tipo di città quasi perfetta sarà quella estesa lungo una sola via, con una larghezza di 500 metri, e che si estenderà, se necessario da Cadice a Pietroburgo, da Pechino a Bruxelles”. Parole profetiche, anticipatrice dei corridoi di cui si parla in Europa, per connettere l'ovest Europeo all'est.L'idea della città lineare sarà sviluppata dalla generazione successiva a quella di Soria, partendo dal rapporto residenza-lavoro; sarà riproposta negli studi teorici dei Tedeschi negli anni venti, sviluppati e applicati nel decennio seguente in Russia e nella citè linéaire industrielle di Le Coubusier. Tali studi si svolgevano in contemporanea o successivamente allo sviluppo della rivoluzione industriale; prendevano inizio dal problema della residenza e dal rapporto di essa con le aree industriali. Attualmente, occorre tenere presente della dimensione globale in cui la pianificazione urbanistica si svolge e della fase della post-industrializzazione, in cui predomina la produzione e il trasferimento di beni immateriali. Manco a dirlo, questa idea presuppone un atteggiamento orientato al futuro, che si ponga alle spalle ogni nostalgia di un tempo assolutamente privo di fascino, ma che spesso viene rievocato a sproposito. Arch. G.Piumelli-Calitri-Av

28 febbraio 2007

Letture d'autore in PresS/Tletter n°8

PresS/Tletter n. 8- 2007 http://www.prestinenza.it/ http://presstletter.com/
IN EVIDENZA Ranellucci, De Seta, Verderosa, Nocerino, Janni, Paris, Valente, Gammella
Nella rubrica LETTURE D'AUTORE, a Diego Barbarelli risponde Angelo Verderosa (acc@nto)

LETTURE D'AUTORE a cura di Diego Barbarelli
Lo sguardo dell'architetto ci conduce alla lettura di un capolavoro di architettura (con passione e competenza). Le domande possono essere manomesse in qualsiasi modo.
Risponde: Angelo Verderosa (acc@nto).
Lo studio di quale opera è stato fondamentale nella sua formazione di architetto?
Mi sono iscritto alla facoltà di Architettura di Napoli nel settembre 1980; due mesi dopo, un terremoto di grande distruzione colpì l'Irpinia, la terra in cui abitavo. Fino alla data della mia laurea ho girovagato per i cantieri della ricostruzione post-sisma. Ai piani urbanistici avevano lavorato Giorgio Grassi e Agostino Renna (a Teora), Aldo Loris Rossi (a Bisaccia), Corrado Beguinot e Walter Bordini (a Conza della Campania), Salvatore Bisogni, Fabrizio Spirito e Italo Ferraro (a Lioni), Antonio Iannello e Nora Scirè (a S.Angelo dei Lombardi); a singole opere: Riccardo Dalisi (Lioni e Oliveto Citra), Paolo Portoghesi (Caposele), Carlo Aymonino (Avellino), Roberto Ballarini (Torella dei Lombardi), Massimo Pica Ciamarra (Borghi Medioevali della Terminio-Cervialto) e altri nomi noti e meno noti per tante altre opere che hanno segnato la mia formazione.
Per quali motivi ritiene importante il processo di ricostruzione irpino?
Girovagando ho imparato molto; a distanza di pochi chilometri si sperimentavano opposti modi di ricostruzione; in molti luoghi prevaleva la matita anziché la complessa orografia dei luoghi; ne sono conseguiti scavi immani e fondazioni su pali. In nome della "tendenza" si imponevano forme abitative estranee alla cultura locale, obbligando i contadini a trasferirsi dalle masserie ai condomini. In attuazione degli standard urbanistici e delle superfici abitative pro-capite si abbandonavano i bei centri storici in pietra a vantaggio di quartieri periferici in cemento. A fronte di piccoli centri rurali, in media 2.000 (duemila) abitanti, in un caso si è giunti ad approvare una città lineare sviluppata per 4 km. In Irpinia così come nel Belice e in Friuli si è persa un'occasione storica per fare architettura civile; tutto quanto realizzato non è nemmeno stato analizzato e dibattuto: una rimozione culturale. La ricostruzione attuata è stata figlia di una vecchia cultura, oggi tornata in voga, non solo in Campania, che pretende di risolvere le emergenze e le problematiche sociali ed urbanistiche con la matita dell'archistar di turno. Naturalmente in Irpinia ci sono stati anche tanti esempi positivi.
In quali caratteristiche del suo progettare ritiene l'abbiano influenzato?
Avendo colto le contraddizioni tra processo amministrativo e processo edilizio e tra disegno e luoghi, ho imparato soprattutto le cose da non fare. L'architettura rimane un servizio, necessita di uno scopo pubblico, di un luogo e di un cantiere: materiali, maestranze, vincoli, clima, suggestioni. Oggi l'architettura che viene proposta sui media è fatta di rendering avulsi dalla realtà specifica dei luoghi. Si vedono sempre più rendering e sempre meno immagini di opere realizzate conformi al progetto originario. Il cantiere rimane un lavoro nel lavoro e l'architetto non può delegarlo a terzi.
Un articolo o un libro o una rivista da suggerire a chi vuol approfondire lo studio delle opere post terremoto '80.
- Rischio sismico, paesaggio, architettura: l'Irpinia, contributi per un progetto; a cura di Donatella Mazzoleni e Marichela Sepe - CRdC A.M.R.A. - Napoli, 2005
- L'Italia Maltrattata; Francesco Erbani - Editori Laterza - Bari, 2003
- Il recupero dell'architettura e del paesaggio in Irpinia - Manuale delle tecniche di intervento; De Angelis Editore - Avellino, 2005 scaricabile on line: www.acca.it http://www.acca.it/ download da home page.

20 febbraio 2007

follia, un pip al goleto


dalla planimetria allegata si può vedere il pip in programma a soli 150 metri dalle mura dell'abbazia del goleto; l'area, destinata ad insediamenti produttivi è grande quanto 5 campi di calcio, circa 15 capannoni industriali, elettrodotti, raccordi stradali, rumore, cemento... una follia; chi mi dà una mano a segnalarla nelle sedi più opportune ? e l'area vincolata ?

25 novembre 2000

terremoto 20 anni dopo / Mutamenti


terremoto 20 anni dopo / Mutamenti
in "ECONOMIA 2000", 25.11.2000

1 ottobre 2000

fontana vecchia, il quartiere dell'infanzia

"fontana vecchia, il quartiere dell'infanzia", in "Antonio Gioino: voce della sua terra" _ Rotostampa Lioni, ottobre 2000 cliccare a lato per ingrandire e leggere



30 dicembre 1999

torino - trevico

"Torino - Trevico", in "Architetti Irpini", sett.-dic. 99, n°3