17 dicembre 2007

Le banalità sul tempo

LA RIDUZIONE DEL "TEMPO" AD OGGETTO DI BANALITA' Un breve saggio filosofico sul modo di consumare e gestire il nostro tempo esistenziale PREMESSA "La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del sole": questa è la definizione generica del concetto di "tempo" fornita da un comune dizionario della lingua italiana. Eppure, proprio attorno a tale categoria ed a ai suoi molteplici significati (di ordine storico, filosofico, o di natura astronomica) si è come addensata una coltre di fumo accecante, densa di luoghi comuni e rozze ovvietà, che sono persuasioni assai diffuse nella vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi sul "tempo" paiono proliferare senza soluzione di continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei fenomenali campioni della lingua e del sapere umano, se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente, magari per riempire il vuoto raccapricciante di certe conversazioni, in altre parole per coprire i "tempi morti" della nostra esistenza. Sovente infatti, ci capita di ascoltare asserzioni totalmente insensate, che farebbero inorridire le nostre menti qualora fossimo soltanto un po' più attenti e riflessivi, meno pigri o distratti. "Ammazzare il tempo", tanto per citare uno dei casi più dozzinali, è un modo di dire quantomeno sciocco perché non significa nulla se non che si uccide la propria esistenza. La persona che "ammazza il tempo", cioè che impiega malamente il proprio tempo vitale, non sapendo cosa fare, non avendo interessi gratificanti, né occupazioni di tipo mentale (come leggere e scrivere) o di carattere fisico (come gli sport), tali da motivare il vivere quotidiano, non coltivando passioni che potrebbero impreziosire la qualità del proprio tempo esistenziale, finisce per annichilire sé stessa, divenendo un essere ansioso, depresso, accidioso, ma non ozioso. Prestiamo attenzione alle parole: chi parla bene pensa bene, ma soprattutto vive bene... Invero, l'otium dei latini, per il cristianesimo più bigotto, influenzato da filosofie mistiche orientali e da una forma volgarizzata dello stoicismo, rappresenta il vizio supremo: infatti, l'accidia è compresa tra i "vizi capitali" osteggiati dalla tradizione giudaico-cristiana. Nondimeno, l'otium era l'ideale di vita proprio della cultura classica greco-romana, ispirata invece da una concezione epicurea, nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali che privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere di vivere quali finalità somme da perseguire in quanto capaci di liberare l'intrinseca natura della persona umana. Dunque, l'otium era ed è la condizione dell'individuo privilegiato, del ricco padrone di schiavi, padrone della propria e dell'altrui vita, della persona che non è costretta a lavorare per sopravvivere, che non deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche materiali necessarie al procacciamento del vitto e dell'alloggio, non ha bisogno di stancarsi fisicamente perché c'è chi si affanna per lui, e può dunque godersi le bellezze, il lusso e quanto di piacevole la vita può offrire. L' otium, in altre parole, è il modus vivendi del padrone aristocratico, del patrizio romano, del parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa nulla ed ha a sua disposizione tutto il tempo per poterlo occupare nella "bella vita", ovvero in un'esistenza amabile e gaudente per sé, quanto detestabile e dolorosa per i miseri che nulla posseggono, neanche il proprio tempo, sprecato ed annullato per ingrassare e servire i propri simili! Tutto ciò è vero, purtroppo È vero, infatti, che non tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir si voglia) di avere molto tempo libero disponibile, da poter spendere in diverse e divertenti attività. Rammento che la radice etimologica dei vocaboli "diverso" e "divertente", è la medesima: entrambi derivano dal latino "di-vertere" che sta per "deviare", ovvero "variare". Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla Terra, ancora oggi è costretta suo malgrado a travagliare, a patire, insomma a lavorare per sopravvivere, chi cacciando e vivendo primitivamente, chi coltivando la terra, chi sprecando otto, nove ore a sgobbare in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio, chi occupandosi inutilmente di "affari", ossia di faccende non gratificanti ma stressanti e frustranti, al solo scopo di lucrare e speculare. Pertanto, è d'uopo comprendere che il tempo (quello vitale) degli individui, dell'esistenza quotidiana di ciascuno di noi, rappresenta una risorsa di valore inestimabile, non solo e non tanto sul piano economico-materiale, ovvero nel senso più venale e triviale del termine. Purtroppo, un altro luogo comune, assai vergognoso e detestabile, recita "il tempo è denaro" ed è abitualmente pronunciato dai cosiddetti "uomini d'affari", i signori del denaro e della finanza, i paperon de' paperoni, ovvero i parassiti e i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti e i carrieristi, gli approfittatori dell'altrui tempo, dell'altrui denaro e dell'altrui ingenuità, gli sfruttatori del lavoro sociale e dell'esistenza dei più miserabili e sventurati. Invece, il vero valore del tempo esistenziale emerge da un punto di vista più propriamente estetico-spirituale, che comprende la sfera del piacere, della bellezza, del godimento, della cultura, dell'arte, dell'amore, dell'immaginazione, della felicità, cioè la dimensione creativa, ludica e libidinosa della vita. Il tempo, nella maggioranza delle esistenze individuali, viene sprecato e speso male, se non malissimo, ovvero viene "ammazzato", svuotato di ogni senso proprio, sicché è la propria vita ad essere abbruttita ed impoverita, e la persona umana si sente avvilita, inutile, quasi disperata, priva di stimoli, di interessi, di entusiasmo, di voglia di vivere. Il concetto stesso di "tempo", nella fattispecie quello climatico, è frequentemente citato quale insulso e comodo oggetto di conversazione, nel desolante vuoto dell'incomunicabilità e dell'alienazione moderna, quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire, di quali argomenti chiacchierare, con un interlocutore qualsiasi o con un compagno d'occasione, o magari con una personalità oltremodo imbarazzante, la cui ingombrante presenza ci infonde soggezione, oppure quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è in grado di elaborare idee originali o di sostenere valide argomentazioni, ovvero perché non si è molto abili o educati all'arte della conversazione e della comunicazione. UNA CHIOSA CRITICA SUL "TEMPO ATMOSFERICO" Il "tempo atmosferico", come tema di dialogo e di confronto interpersonale, risulta perciò una sorta di via di scampo o di "uscita di sicurezza" dall'imbarazzo, dalla stanchezza e dal vuoto dell'incomunicabilità, dalla povertà intellettuale, ma in realtà conduce all'abisso dell'ovvietà e della noia, allo squallore dell'ipocrisia, precipitando infine nel baratro dell'angoscia e dell'ignoranza più becera. Frasi trite e ritrite del tipo "che tempo fa oggi?" o "il tempo minaccia..." ecc., talvolta sono spie inequivocabili che tradiscono la soggezione emotiva, la goffaggine e l'imbarazzo personale, l'incapacità e l'ingombrante difficoltà di comunicare, il conformismo esistenziale e culturale, oppure indicano un atteggiamento di astuzia, di falsità, di "temporeggiamento" (paradossalmente, il "tempo", inteso come categoria atmosferica, è in taluni casi adoperato quale espediente per "temporeggiare", vale a dire "prendere tempo", così da poter pensare ad altro, in attesa che qualcosa accada), ovvero esprimono il desiderio di indugiare oltre, l'ansia di "guadagnar tempo" (appunto), magari perché si tenta di approfittare di qualcosa o di qualcuno. Da questo punto di vista, i luoghi comuni e le convenzioni sul "tempo", inteso nella più comune accezione meteorologica, si sprecano a dismisura, e quel concetto , sì tanto nobile e complesso, finisce per essere assurdamente involgarito e banalizzato come in nessun altro caso, al solo fine di camuffare un pauroso vuoto di idee, per dissimulare propositi malvagi, per mascherare, in modo maldestro, emozioni, intenzioni, stati d'animo o quanto possa apparire indice di vulnerabilità. Intorno al senso meteorologico-atmosferico del concetto di "tempo", si "addensano" (tanto per usare una metafora in tema) "nuvole" di inanità linguistiche, vere e proprie "tempeste" di frasi convenzionali, "uragani" di luoghi comuni. Dietro il facile espediente del "tempo" quale argomento di conversazione fin troppo scontato ed ordinario (esiste una sfilza di sinonimi altrettanto prevedibili, da sputare sulla carta, a riguardo), sovente si annidano secondi fini o cattive intenzioni, oppure motivi di timidezza, ingenuità, goffaggine, se non proprio un'ignoranza abissale, magari anche un'indolenza mentale, un'abitudine al conformismo ed alla miseria intellettuale, una carenza di idee proprie ed originali, uno stato di profonda immaturità culturale. Si potrebbe ironicamente (o cinicamente) osservare che, in questi casi, il "tempo" (vale a dire il "clima", quale banalissimo oggetto di conversazione) può "annebbiare" la mente e "ottenebrare" lo spirito, nella misura in cui ci si abitua sciaguratamente alla più deteriore condizione esistenziale, ossia alla pigrizia intellettuale, che è l'esatto contrario dell'"otium" di cui si è già spiegato il senso più vero e più nobile, che non è "sfaccendare" o "non fare nulla", ossia non equivale a "sprecare il tempo", all' "oziare" nel senso borghese di non esercitare "negotium", che è l'attività per accumulare denaro, intraprendere imprese lucrose, siglare "affari d'oro", e via discorrendo in questa teoria di lessico aziendalista e capitalista. L'"otium" non è propriamente lo stato del "fannullone", quantunque si sia già spiegato che esso rappresenta una condizione privilegiata, appartenente ad un'élite aristocratico-classista che non deve fronteggiare le difficoltà quotidiane della sopravvivenza materiale. In un certo senso, l'"otium" (in quanto negazione del "negotium") è una virtù, un talento, che presuppone molteplici e diverse qualità creative, anzitutto l'abilità e la capacità di impiegare il proprio tempo libero realmente disponibile, per migliorare e valorizzare progressivamente e costantemente la qualità della propria esistenza, grazie ad una serie di impegni gratificanti quali la lettura di bei libri, la visione di bei film, l'ascolto di buona musica, l'amore (in tutte le sue dimensioni, compreso quello carnale), le buone amicizie, la buona gastronomia, le belle arti, il godimento delle bellezze naturali e di ogni altra gioia o piacere che la vita è in grado di offrirci, soltanto se lo volessimo, solamente se sapessimo organizzare il nostro tempo, e se davvero ne avessimo la possibilità. Il "tempo" è stato e può essere concepito in quanto "durata", "successione", in maniera "lineare" o "circolare", come "finito" o "infinito", "assoluto" oppure "relativo", "oggettivo" e "soggettivo", "unico" o "molteplice", e via discorrendo, ma una cosa è certa: senza il "tempo" non esisterebbe nulla. Difatti, se non ci fosse ciò che definiamo "tempo" o, per meglio dire, se noi non tenessimo più conto del flusso del tempo, dell'esperienza vissuta, dei giorni e delle notti, dei cicli stagionali, degli anni, della nascita e del tramonto solari, dell'età che avanza inesorabilmente, della vita e della morte, insomma se noi vivessimo a prescindere dal "tempo", se noi fossimo ad esempio immortali, molto probabilmente non sapremmo che fare, ci annoieremmo "a morte", non potremmo e non sapremmo affatto apprezzare i veri ed essenziali valori della vita e del mondo, dunque saremmo persi, condannati ad un cieco destino senza fine. Immaginiamo, per un momento, che la Terra fosse circondata da una sorta di immenso "guscio" astronomico che oscurasse il Sole, impedendo così la nostra percezione o coscienza, del "divenire" e dello scorrere del "tempo", che fine faremmo? Oppure, cosa accadrebbe se, per ipotesi, noi abolissimo tutti gli orologi, i pendoli, le clessidre, i calendari, ed ogni criterio o strumento di misurazione temporale (per quanto relativa, finita, storica e terrestre, possa essere, secondo la teoria einsteniana della "relatività" del "tempo oggettivo", scientificamente e matematicamente misurabile)? Probabilmente, non ci sarebbe stato e non sarebbe affatto possibile alcun "progresso", e noi non avremmo mai potuto realizzare tutto quanto l'umanità ha saputo compiere : l'invenzione della scrittura; la scoperta del fuoco e dell'agricoltura; la lavorazione dei metalli; la costruzione delle piramidi in Egitto, del Partenone, del Colosseo, dei grattacieli; l'invenzione dell'energia elettrica e dei calcolatori elettronici; la scoperta della matematica; la produzione di inestimabili capolavori artistici e letterari, nel campo della pittura, della scultura, della poesia, della musica, del romanzo, del teatro, del cinema (e perché no, anche del fumetto) e via discorrendo; l'invenzione della ruota, del motore a scoppio, dei sottomarini, degli aerei supersonici, delle astronavi spaziali, dei satelliti artificiali; l'invenzione del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione, del fax, della trasmissione via Internet; l'invenzione dell'aria condizionata, di tutti quegli elettrodomestici che hanno alleviato e reso più comodo l'impegno quotidiano delle massaie e delle casalinghe (svolto sempre più, per fortuna, anche dagli uomini); la scoperta dell'America, l'esplorazione degli oceani e degli spazi interstellari ; la scoperta della penicillina e degli antibiotici, l'invenzione dei vaccini immunizzanti e tutti i grandi, preziosi sviluppi avvenuti nel campo medico-sanitario, legati non solo alla medicina tradizionale, a quella farmacologica propria della scuola occidentale, ma anche ad altre forme di medicina, di matrice orientale, in particolare a quella araba, a quella cinese, a quella indiana; è così via, l'elenco dei "progressi" e della "conquiste" compiute dall'umanità nel corso del tempo (che meriterebbero una menzione), non avrebbe termine... In altre parole, non esisterebbe alcuna traccia di civiltà, di cultura, di intelligenza dell'uomo, e non vi sarebbe alcun segno della nostra stessa presenza sulla Terra. Perciò, grazie di esistere al "tempo", a ciò che, convenzionalmente, definiamo tale, alla vita e alla morte, nella misura in cui senza la morte, ovvero senza il "tempo", non potrebbe esserci nemmeno la vita, e noi non sapremmo come e quanto apprezzare, riconoscere e consolidare i valori, i beni, le ricchezze, le bellezze, i piaceri e le gioie che l'esistenza medesima è in grado di offrirci, proprio in ragione del fatto che possiamo e sappiamo riconoscere e disprezzare (e, paradossalmente, apprezzare) il male, la violenza, l'orrore, l'ingiustizia, le bruttezze, la malvagità, la prepotenza, i dispiaceri, il dolore, la morte... Da quanto esposto finora può discendere un'estrema (ma non conclusiva) valutazione. Banalmente, ciò che davvero conta, non è tanto la durata, ossia la quantità del nostro tempo vissuto, bensì la sua qualità. A riguardo, mi sovviene un altro, diffusissimo luogo comune, il quale si può così tradurre: "Ho cinquanta anni, ma me ne sento venti". In verità, potrebbe persino essere l'esatto contrario: "Ho venti anni, ma ne sento cinquanta". Forse, la soluzione del dilemma risiede (banalmente?) nel mezzo, ossia nella giusta misura, nel senso che le risposte ad ogni domanda dell'esistenza, richiedono una sintesi tra due opposti estremi, per sanarne le contraddizioni, anche per ricomporre le più irriducibili e radicali fra le antitesi. Questo ragionamento (di matrice hegeliana) ha sicuramente un senso, quantomeno per il quesito prima formulato. Voglio dire che, indubbiamente (e fortunatamente) l'età anagrafica esiste, nella misura in cui il tempo scorre ed avanza in modo implacabile e ineluttabile. Ma è altrettanto vero ed innegabile che non sempre l'età mentale e soggettiva (cioè il tempo interiore, spirituale, qualitativo) corrisponde all'età anagrafica, vale a dire al tempo cronologico, esteriore, oggettivo, assoluto, matematicamente misurabile e quantificabile. Ed è altresì vero e inoppugnabile che tutto ciò che ha a che fare col "tempo", è assolutamente storico, relativo, personale, quindi effimero, fugace, transitorio e mutevole, nel senso che io potrei avere (anagraficamente parlando) trent'anni e sentirmene, in un dato momento o in un altro contesto, appena diciotto, mentre in un'altra situazione o in un altro frangente addirittura settanta!... Tutto è assolutamente relativo e storicizzabile, soprattutto il "tempo". Ciò che appare oggettivo e reale, può diventare soggettivo, grazie al "tempo", ed è sempre il "tempo" che rende finito e mortale ciò che appare o crediamo infinito ed immortale, e viceversa. Dunque, il "tempo" costituisce la misura del valore che ha la nostra esistenza, che è unica e sola, fino a prova contraria (nel senso che possiamo vivere una volta sola), a meno che non sia vera la dottrina della "metempsicosi". Tuttavia, il "tempo", quantunque possa apparire un problema oltremodo astratto e cerebrale, quasi incomprensibile per certi versi (pensiamo, ad esempio, all'analisi heideggeriana), non può assolutamente essere banalizzato, perché rischieremmo di banalizzare la nostra stessa esistenza, il che vuol dire rischiare di vivere inconsciamente, ciecamente, vanamente, ossia banalmente! RIFLESSIONE FINALE Sovente penso a un paradosso di portata storica globale che pure mi riguarda personalmente, ma che investe direttamente ciascun essere umano. Mi riferisco a un'oggettiva contraddizione tra il crescente progresso tecnico-scientifico compiuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all'intero genere umano di vivere molto meglio, e la realtà planetaria che evidenzia un sensibile peggioramento delle condizioni economiche, materiali e sociali, soprattutto dei produttori e dei lavoratori salariati (anzi sotto-salariati) che vivono anche nel mondo occidentale cosiddetto "avanzato". Ebbene, grazie alle più recenti conquiste dello sviluppo tecnico e scientifico, la grandiosa, nobile, quanto antica "utopia" dell'emancipazione dell'umanità (tutta l'umanità) dal bisogno di lavorare e, quindi, dallo sfruttamento materiale, è teoricamente (ossia virtualmente) realizzabile, oggi più che nel passato, nel senso che sarebbe oggettivamente possibile, oltre che necessaria, ma nel contempo è impraticabile, almeno nel quadro dei rapporti giuridici ed economici esistenti, che si basano sulle leggi e sulle tendenze classiste insite nel sistema capitalistico-borghese, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi strutturale. Pertanto, l'idea dell'affrancamento definitivo e totale dell'umanità dallo sfruttamento e dall'alienazione che si compiono durante il tempo di lavoro, appare molto prossima alla sua attuazione. Pur tuttavia, ciò non potrebbe compiersi senza una violenta rottura rivoluzionaria rispetto al predominio capitalistico-borghese vigente su scala planetaria. Mi riferisco esplicitamente all'abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economico-materiale che è detenuta dalla borghesia capitalistico-finanziaria. Come gli antichi greci si occupavano liberamente, e amabilmente, di politica, di filosofia, di poesia e delle belle arti, e godevano di tutti i piaceri offerti dalla vita, in quanto erano esonerati dal lavoro materiale svolto dagli schiavi, così gli uomini e le donne di oggi potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro affidato esclusivamente ai robot e condotto grazie a crescenti processi di automazione e informatizzazione della produzione di beni materiali. Questo traguardo storico rivoluzionario è oggi raggiungibile, almeno in teoria, proprio in virtù delle enormi potenzialità "emancipatrici" ed "eversive" offerte dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell'informatica.

una questione di tempo

Non mi importa sapere / se un mio giorno / vale due dei tuoi, / o dieci… cento: / sarebbe come misurare il tempo ad ore. / Non mi importa neppure sapere / se i miei passi / sono lontani dai tuoi, / sarebbe sempre come misurare / il tempo a metri. / Come non mi importa sapere / se queste apparenze / potranno darti la sensazione, / errata, / di ciò che non è: / sarebbe ancora come misurare il tempo / secondo le albe ed i tramonti. / E non mi importa / neppure sapere /se il mio tempo è finito, / se di tempo si tratti, / di questo. / Perché se questo è / il metro che divide / il mio spazio dal tuo, basterebbe mi fermassi / ed aspettassi. Domenico Cambria

La Sinistra multicromatica

Talvolta, specialmente nella sfera politica, anche certi dettagli lessicali e cromatici, apparentemente insignificanti, possono essere sintomi e spie rivelatrici di determinati cambiamenti di idee e orientamenti sul terreno squisitamente politico-ideologico. Francamente, a me il progetto della cosiddetta "Sinistra Arcobaleno" (o come diamine si chiama), a parte la questione marginale e secondaria (che pure non è di tipo formale, ma sostanziale) del simbolo della Falce e martello, non mi attrae e non mi convince affatto. Mi pare che si tratti solo di una forzatura dettata dalle attuali contingenze politiche, ossia dai capovolgimenti e dalla ristrutturazione in atto nello scenario politico-parlamentare nazionale, un quadro "rivoluzionato" dall'avvento di due mega-comitati-d'affari, entrambi aspiranti e convergenti verso il centro (il Partito Democratico e il Partito della libertà: ora il nome è ufficiale e definitivo) che rischiano, con l'istituzione dell'ennesima "porcata" o "truffa elettorale", di affossare ed eliminare i partiti minori.
Se i presupposti e le ragioni di tale operazione sono soltanto (o principalmente) queste, ovvero preoccupazioni e timori di ordine elettoralistico, credo che il processo in atto non possa che approdare alla formazione di un'accozzaglia di sigle, di apparati e di "effetti cromatici", ereditati da quei partitini che finora, alla prova dei fatti, si sono rivelati totalmente deboli, subalterni ed impotenti di fronte ai ricatti e ai condizionamenti esercitati dai poteri forti (Montezemolo & soci, Lamberto Dini, il capitalismo bancario, l'establishment militare-industriale, il Vaticano...), chiaramente egemoni all'interno della coalizione governativa di centro-"sinistra". Questa è semplicemente la constatazione di un dato di fatto assolutamente evidente ed innegabile. Se ne è accorto persino il "lombardiano" Bertinotti. Il quale sembra puntare a riguadagnare la credibilità e la leadership (in crisi da tempo) all'interno del panorama variegato, multiforme e multicromatico della "Cosa Rossa". Scusate se la definisco ancora in questo modo, ma il nome prescelto è assolutamente irritante e impronunciabile, almeno per il sottoscritto. Lucio Garofalo

scafiamoci con un'intervista d'epoca

caro amico d'Ariano, cari amici dell'Irpinia, che vuoi che commenti?, che volete che vi dica da Napoli? Tra poco mi faccio un brodino caldo, da Voi nell'alta/campania nevica, qui nella bassa fa freddo, il vento spazza la costa .... scafatevi, scafiamoci con questa bella intervista "d'epoca" di Carmelo Bene su Napoli. Forse c'è anche un po' d'Irpinia guerriera, non so. Forse no, voi siete persone serie e Napoli c'è proprio quello che descrive il gran Bene dell'Italia che fu. ____ Saluti, Eduardo

(DI) PASSAGGIO SU NAPOLI - Di seguito riportiamo integralmente alcuni passi dell'intervista di Lucia Di Giovanni in cui Carmelo Bene apre il discorso a De Filippo e poi a Napoli, adorabile regina di «anticiviltà». [...]Questa napoletanità di Pinocchio… CARMELO BENE. «Voi volete a tutti i costi farmi napoletano in quest'occasione. Ebbene no, è errato, io verrò a dire Dante, forse il più grande poeta che abbia avuto il mondo. E basta. Perché parliamo di Pinocchio, che va sentito lì, in dei momenti a teatro? Basta, è inutile parlarne. Non c'è bisogno di napoletanizzare, non c’è bisogno che mi sappiano tifoso del Napoli perché vengano a sentirmi in Dante. Se vogliono, vengono. Mi spiego? Detesto il Napoli, ha capito?». La squadra? «Sì» La città? La squadra, la città, non mi interessa, non mi interessa nessuna città. Ve l’ho detto, se il linguaggio è l'unica forma che fonda qualunque esisten¬za, le città non esistono, sono fatti mentali, è ovvio, no? Non è che uno ce l’ha, che odia Napoli, odia Bologna, odia Modena. Odia tutto quanto esiste. ... Napoletani veri, che significa? «Chi conosce Napoli, chi conosce la Napoli secolare, questa casbah che continua a dare lezioni di anticivile» Perché detestano Eduardo? «In questo senso…quello che dissi un giorno in una intervista alla radio a Domenica Rea, proprio quando ero a Napoli. L’unica cosa che può farmi simpatica Napoli e perdonarle di esistere, mentre non perdono alle altre città di esserci, perché non fanno parte della mia esistenza, del linguaggio, è il fatto proprio della sua anticiviltà, delle sue continue lezioni di anticiviltà. Della sua ingovernabilità» Le piace questo di Napoli? «Non è che mi piace. Adoro questo di Napoli, la sua non disponibilità a lasciarsi governare da nessuno. Il mio amico Valenzi ne sa qualcosa». Non vorrebbe che fosse governata meglio, che si riuscisse a governarla? Vediamo le cose. Un conto è non rubare al Comune, non rubare alla Provincia, non rubare alle Regioni. Mi pare che Valenzi sia addirittura eroico. Essere sindaci di Napoli ed essere eroi è un po’ la stessa cosa. Mi spiego? Quindi tutta la mia solidarietà e i miei voti eterni per Maurizio Valenzi. Ci conosciamo, si sa benissimo quale follia sia governare Napoli. Quindi, a parte questo, l’ingovernabilità di Napoli è anche un fatto estremamente positivo. Napoli non crede in niente, non ha mai creduto in niente». E’ un fatto di libertà, di indipendenza? «Di anticiviltà. Non sente di dover essere. Platone non è arrivato a Napoli. Né Cristo. Forse più Cristo, ma meno Platone. Il mondo delle idee non è arrivato a Napoli. Che ha espresso gli unici pensatori, che è stata l’unica città, come Sud intendo, la Campania ha pensato per tutta l’Italia, da Campanella a Bruno, a Croce. Quello che c’era da pensare è stato pensato tutto a Napoli, o là intorno. Da Napoli in su non si pensa, non si è mai pensato, non si penserà mai». In Italia? «In Italia, certamente. Napoli è una terra capace di liberarsi anche dal pensiero. Quel che conta è liberarsi dal pensiero, affrancarsi dal pensiero, affrancarsi dal dover essere, togliersi da Hegel, da Schelling, da Fichte. Al napoletano non c’è bisogno di consigliargli di togliersi da Fichte, o da Shelling, o da Hegel. E’ nato tolto. Mi spiego? Sebbene le zone che ci riguardano credo non si possano paragonare a Napoli, via, non è Napoli». In che rapporto sta De Filippo con Napoli? «Ma io non lo so in che rapporto stia con Napoli, so che non è mai corsa buona ... mi pare, ma questo non vorrei fosse pubblico. È anche un po' una visione mia privata. È molto amato e molto odiato. Anche Eduardo è lo stesso caso, è inutile. Quando lui fonda le cose sull’essere, l’essere che poi diventa l’essere stato, sull’essenza delle cose, che è l’equivalente dello scriver testi, a me non interessa. A me non interessa nulla dei testi di Eduardo. E credo che siano quelli a offendere i napoletani. Si sentono offesi, si sentono troppo superficialmente maltrattati» Rappresentati? «Rappresentati, soprattutto, mi spiego? Quando però Eduardo è lui sulla scena, lì diventa grandissimo ed ecco allora Napoli si riconosce in lui. Mi pare che l’esame sia chiaro, perché allora fonda l'esistere. È il linguaggio, ma non è il linguaggio…non ha referente col suo scritto. Però intanto l'essere buca l'esistenza, ecco, perché siamo fatti solo della nostra mancanza. Quando l'essere in Eduardo buca, questo ça manque lacaniano, buca l'essere dei suoi scritti, a monte, buca l'esistere, l’esistenza, la fondazione del linguaggio, la mera nominazione, e la buca troppo spesso, allora riaffiorano continuamente le sue visioni, cioè l'essere riaffiora e i suoi scritti gli prendono anche la mano e bisogna aspettare i due o tre momenti di felicità sua, scenica, sua del dire, anche, dove fonda veramente l'esistenza, e lì è grandissimo. A quel punto non è più nemmeno napoletano, a quel punto si iscrive tra i grandi, tra gli astri, tra le stelle, insomma, in cielo, non è più da iscriversi in terra. I napoletani se ne accorgono, perché sono musicalissimi, e accettano la sua musicalità altissima, quando lui è in scena, altissima. E disapprovano quanto Eduardo ha scritto addosso, peggio ancora sulla carta. E’ molto semplice insomma capire tutto ciò».