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26 dicembre 2007

sera - a Mimmo Cambria

Commento di SERA d' inverno ovvero alle 21.32 del 26/12 // La poesia di Mimmo C. così breve, come piacciono a me, così limpida e chiara come piacciono a me. Così semplicemente illuminata e eccitante ...sembra fuori posto. Riproponicela per il solstizio d' estate, caro M., e diffondila fra i giovani, se hai superato gli anta e diffondila tra i veci, se sei sotto gli enta. Con leggerezza e gratitudine . Teresa C.- HERA-KlèS

24 dicembre 2007

S E R A

Raccogli l’ultimo raggio di sole / e tienitelo per te, / me lo darai a sera / quando bacerò la tua bocca, / e nei tuoi occhi vedrò riflessi i miei.

23 dicembre 2007

Lettera aperta a F.A.

Cari Comunitari, torno sulla questione del PD alla luce delle telefonate fiume che in questi giorni ho avuto con Mimmo Cambria, con Gaetano Calabrese e con il dialogo che ho avuto con il sindaco di Ariano Mimmo Gambacorta. Nessuno ha eccepito sulla necessità che chiunque aderisca al partito o all’ideologia che ritiene più giusta. Ma certo se è vero che ogni scelta può avere una valenza politica, la scelta fatta da un libero intellettuale e da un “animatore di cose” come il nostro Bisaccese ipocondriaco assume un significato particolare. Caro Franco Arminio, adesso che vedi quella sottoposta di Alberta de Simone, le dici che ad Ariano contro Bertolaso abbiamo protestato per un’ingiustizia subita dal governo Prodi ( leggi decreto incostituzionale) e non perché siamo dei facinorosi fascisti? De Simone disse che gli arianesi tutti erano fascisti ( compresi anche i suoi elettori allora?) solo perché abbiamo fatto scappare a gambe levate un servitore onesto di uno stato disonesto? Lo dici Franco oppure devo pensare che la mancata discarica sul Formicoso possa in qualche modo indurti a tacere? Se fosse cosi questa volta intellettualmente dovrei diventare un tuo feroce oppositore e stare per onestà intellettuale e per appartenza ad un territorio con i miei concittadini. Abbiamo dovuto subire lo smacco dei celerini e delle calunnie di Repubblica, Panorama, Corriere della Sera. Franco ti ricordi quando abbiamo suscitato l’ira del Senatore Zecchino per l’articolo che scrivesti sul Corriere del Mezzogiorno? Ero io ad accompagnarti con la mia macchina ed il mio amico sindaco di Ariano mi mandò letteralmente a quel paese davanti alla mia fidanzata. Io ho deciso di lavorare ad Ariano inventandomi un lavoro e certo nessuno mi regala un euro facendomi fare il consulente o impiegandomi in qualche pubblico ufficio ( possa essere la scuola, il comune, l’ospedale). Vivo della mia fede nel libero mercato insegnatami nei 4 anni passati sui testi di Economia in Cattolica a Milano ( una cosa che mi unisce al nuscano). Io ho l’impressione che fra te ed il PD stia avvenendo uno scambio equo: tu entri nel PD e porti il tuo valido supporto ed il tuo prestigio di intellettuale. In cambio il PD si fa una verginità che non ha. Potranno vantarsi a Roma lor mafiosi signori di annoverare nel loro direttivo provinciale niente popò di meno che Franco Arminio e che quindi sono la garanzia di pluralismo e democrazia in una terra che da dopo Fiorentino Sullo tutto è stata meno che democratica. Fiorentino Sullo costretto ad uscire dalla Democrazia Cristiana di allora per far spazio alla presenza demoniaca di don Ciriaco. Se Giuseppe De Mita dice che l’Arianese tutto sommato è un’area da penalizzare tu cosa dirai? Caro Franco, ma quando vi vedrete tutti insieme tu De Simone Bassolino De Mita senior, cosa potrai condividere con loro? L’afflato antifascista? L’amore per la verde ( una volta) Irpinia? L’amore per le regole e l’avversione ad ogni fenomeno malavitoso? Potresti mai scrivere tu Franco un libro sullo spirito di Gomorra? Potresti farlo? Franco io condivido pienamente le tue grosse ambizioni di intellettuale e scrittore: forse per pubblicare con la stessa casa editrice con la quale pubblica Veltroni devi entrare nel suo entourage. Per me rimani il simbolo di una purezza intellettiva che deve essere difesa con le unghie ed i denti. Angelo D’Avella, segretario cittadino della Margherita di Ariano e carissimo amico mio, un giorno mi disse che adesso avrei potuto aderire al PD, visto il suo significato ed il progetto. Gli dissi che nel1992 ero con la Rete di Leoluca Orlando e poi guardai con favore alla vicenda di Mario Segni. Per cui sono un PD almeno dal 1991 ( avevo 16 anni all’epoca). Gli dissi che avrei aderito al PD nel momento in cui tutta la razza fosse stata distrutta. Qui invece i De Mita crescono e proliferano e fagocitano le energie più belle e più forti della mia amata terra. C’è da dire che a 26 anni il valentissimo D’Avella è stato emarginato proprio perché persona colta preparata intelligente. Re Mida ha voluto cosi uccidere un giovane aspirante politico: un motivo in più per essere contro il PD e la sua voglia di demolire tutto ciò che non è libertà. Tu Franco che a telefono mi dici sempre “ Lavora che De Mita ti affama” ti confesso che preferisco fare il barbone sotto i ponti piuttosto che sapere quanto sa di sale lo pane altrui. Con fraterno immutato affetto __ Antonio Romano

17 dicembre 2007

una questione di tempo

Non mi importa sapere / se un mio giorno / vale due dei tuoi, / o dieci… cento: / sarebbe come misurare il tempo ad ore. / Non mi importa neppure sapere / se i miei passi / sono lontani dai tuoi, / sarebbe sempre come misurare / il tempo a metri. / Come non mi importa sapere / se queste apparenze / potranno darti la sensazione, / errata, / di ciò che non è: / sarebbe ancora come misurare il tempo / secondo le albe ed i tramonti. / E non mi importa / neppure sapere /se il mio tempo è finito, / se di tempo si tratti, / di questo. / Perché se questo è / il metro che divide / il mio spazio dal tuo, basterebbe mi fermassi / ed aspettassi. Domenico Cambria

12 dicembre 2007

Ariano nella storia


Ho avuto il piacere di leggere in anteprima le bozze del nuovo testo di Domenico Cambria, “ARIANO NELLA STORIA DAI NORMANNI ALL’UNITA’ D’ITALIA” e con estremo piacere debbo dire che ancora una volta il nostro autore hirpino (piace tanto all’amico Cambria porre la “h” iniziale ad Irpinia) si è superato. Quella che Cambria ha voluto mettere in evidenza non è tanto la storia di Ariano, che rappresenta certamente un pezzo di storia della nostra provincia, bensì il contesto storico medioevale del mezzogiorno d’Italia, al suo interno la potente contea di Ariano che, assieme a Capua, Melfi, Benevento e Salerno rappresentarono a partire dall’anno 1000 il fulcro della storia del meridione d’Italia. Così come assemblato, il libro di Cambria non solo rappresenta una novità assoluta per gli arianesi ma per noi stessi della provincia di Avellino in quanto Cambria parte da lontano per giungere infine ai momenti storici che maggiormente interessano la nostra provincia a partire dai normanni e da Ruggiero II agli angioni, agli aragonesi, alla Repubblica Partenopea, infine al Risorgimento. Ed è una pagina di storia narrata non tanto dallo storico ma da un romanziere, tanto sono avvincenti alcune sue pagine ed alcune sue considerazioni che lasciamo interpretare al lettore. All’interno dei grandi avvenimenti, quelli locali con Mazas, sino alla fine della feudalità, a Morelli e Silvati, per proseguire con una notevole pagina sul brigantaggio: “una grande pagina di storia occultata”. A questo punto Cambria, evidentemente per inserire il suo pensiero politico probabilmente da tempo riposto, si chiede: cosa è cambiato al sud dal 1860 ad oggi? Niente, si risponde l’Autore “… al sud non è cambiato proprio nulla!”; anzi la situazione si è aggravata. E qui Cambria “piazza” tre capitoli che possiamo considerare i gioielli del testo: il primo dedicato all’Europa Globale, nel quale si evince chiaramente che Cambria è un non-global, un cattolico ed un convinto centrista; nel secondo Cambria accusa l’Italia di essere passata con le regioni ed i suoi enti ad un sistema di stampo feudale; nel terzo ammonisce addirittura la Chiesa per essere poco presente, o addirittura di avere timore di parlare, in un momento di non valori nel quale deve fare sentire maggiormente la sua voce che è speranza, fede, carità.
Pensiamo che ancora una volta Cambria abbia centrato un obiettivo di grande rilevanza non solo storica, ma sociale. Il testo necessita da parte di tanti, di risposte precise e significative.
Prof. Ottaviano D’Antuono, direttore del Museo Civico di Ariano Irpino

2 dicembre 2007

sul Laceno d'Oro





A distanza di 21 esatti anni dalla sua ultima edizione, come un fiore nel deserto, ecco che rinasce inaspettatamente il “Lacero d’oro”. Questo grazie ad Antonio Spagnolo, presidente del Circolo ImmaginAzione di Avellino, e della ex GIL, che il 2 dicembre c.a. hanno voluto che il premio Camillo Marino assumesse definitivamente il nome di premio “Laceno d’oro”. Il primo regista ad essere premiato è stato Marco Bellocchio, già omaggiato con targa speciale nel 1977. Alcuni suoi film sono stati proiettati nelle sale cinematografiche di Bagnoli, Avellino, Lioni e Mirabella E.
Per i giovanissimi, probabilmente, il “Laceno d’oro” dice nulla o poco; per chi invece ha sulle spalle gli “anta”, certamente ricorderà che “Laceno d’oro” voleva dire la terza manifestazione cinematografica più importante in Italia dopo quella di Venezia e di Taormina, ispirata al Neorealismo del cinema italiano. Primo regista ad essere stato premiato nel lontano 1959 fu M. Anonioni con il film “Il Grido”, a seguire P. Germi con “Il ferroviere”, l’anno dopo fu la volta di G.Pontecorvo con il film “Kapò”, e così via, sino ad avvalersi della direzione artistica di P.P.Pasolini. Ma neorealismo voleva dire anche un filone della cultura di sinistra che metteva o voleva mettere in evidenza le storture di una società fortemente caratterizzata dalla politica democratica cristiana; ecco allora, che, il suo ideatore, il sindaco di Bagnoli Tommaso Aulisa, ed i suoi realizzatori Camillo Marino e Giacomo D’Onofrio, non potevano certamente trovare spazio in una provincia che si avviava a subire grandi cambiamenti. Così scrive Paolo Speranza ne: “Gli anni del “Laceno d’oro” edito dall’Amministrazione provinciale di Avellino: “Con gli anni 80 l’avventura del “Laceno d’oro” volge all’epilogo, in una terra che vive una nuova e profonda mutazione. I soldi e gli affari della ricostruzione, più che le ferite del sisma, sconvolgono il tessuto urbanistico e sociale della provincia di Avellino. La fase della solidarietà internazionale, delle speranze, delle spinte al cambiamento si esaurisce ben presto, a vantaggio della corsa all’arricchimento facile, alle opere faraoniche, ai mega convegni politici. In questo scenario la cultura perde irrimediabilmente terreno. Avellino diventa più ricca, ma il Corso e il centro storico sono un deserto e le sale cinematografiche chiudono una dopo l’altra. L’Irpinia degli anni 80, d’altronde, non ha più bisogno del Laceno d’oro per farsi conoscere in Italia e nel mondo( …) Il Festival muore a fuoco lento, tra i sorrisi di circostanza e le pacche sulle spalle degli amministratori locali democristiani e l’indifferenza miope di tanta parte della sinistra” . Lizzani, Zavatti, Rea ed altri cercarono inutilmente di costituire un Ente “Laceno d’oro”, ma tutto fu inutile, sino a giungere al 1988, ultimo suo anno, quando lentamente si spense come una lanterna alla quale venne a mancare l’olio.
Dove andrà, adesso, il “Laceno d’oro?” A cosa si ispirerà? Per il momento non lo sappiamo; l’importante è che sia stato ripreso. Questo è quanto dire, la meta si troverà strada facendo, se si pensi che già riproporre la manifestazione ed i suoi film, da cineteca, già rappresenta di per sé un grande successo ed un motivo di orgoglio. Domenico Cambria