15 giugno 2007

ringraziamo per il cortese invito da Teora

Carissimo architetto ho ricevuto la tua e-mail con l'articolo su Teora dell'esimeo Arch. Alamari
"mè proprj piaciut'' però non ho trovato la foto che facemmo davanti la chiesa di Teora.
La tua e-mail mi era andata a finire nella posta SPAM poi l'ho dovuta portare tra quella desiderata per poco non l'ho cancellata.
Per quanto riguarda il pranzo di domani sabato 16 giugno 2007 a Bisaccia non siamo sicuri
di poter partecipare per due motivi: Tonino Restaino rientra da Bruxselles (arrivo previsto a Teora sabato ore 4,30 del mattino) ed io devo portare i ragazzi dell'A.C. a Sant'Angelo
dalle nove della mattina fino alle tre del pomeriggio. Faremo il possibile per raggiungervi.
(ho telefonato ad un architetto di Lioni "Verderosa" ma non eri tu, il tuo recapito qual'è?)
ringraziamo per il cortese invito da Teora e da Emidio c i a o
P.S.
Il filmato mi è stato suggerito da una mia parente che vive negli STATES. Molto simpatico da vedere.

14 giugno 2007

Alamaro a TEORA

EDUARDO ALAMARO, come annunciato, APPRODA a TEORA
Ho ritagliato il suo intervento poiché molti mi hanno scritto di aver avuto difficoltà a trovare il testo nell’ambito della rivista.
Non me ne voglia LPP. Chi vuole approfondire può comunque collegarsi a http://www.prestinenza.it/ http://presstletter.com/

Edoardo Alamaro ci parla di: La scossa scassa / 2 (un giorno da TEORA)
INTERMEZZOLa scossa scassa / 2 (la Teora infuriata) Dai leoni di Lioni ai tori di Teora, seconda scossa d’architettura post/irpina, decimo grado scala eldorado, nuovo “intermezzo” sismico, sussultorio ed ondulatorio insieme, non ci facciamo mancare nulla a “PresS/Tletter”, grazie LPP. Siamo arrivati comodamente in macchina sulla Tora (dal greco, altura, ndt) di Teora, 1500 abitanti, 600 nuclei familiari, tre colli sormontati (nello stemma comunale) da un toro; anzi da un castello quadrato (con maschi cilindrici negli angoli) e una chiesa barocca con alto campanile, quello di San Nicola de Mira (acuta), protettore del paese e del centro abitato medioevale tutto, acquattato sotto i due edifici-chioccia, emergenti e potenti nell’antico skyline addormentato. Di tutto ciò non c’è più niente, né il castello-gallo (con cresta e merli decaduti), tanto meno la gallina-chiesa/madre; idem il “pollaio” dell’abitato “di sotto” (località Pianistrello), coi nidi abitativi secolari e i suoi pulcini ormai orfani, pigolanti e tremanti dal freddo. Ma non piangete, amici dell’Intermezzo, non disperate: è vero che chioccia, gallo e pollaio sull’antica Teora, quella povera venuta su a granone, calce e pietre del luogo, sono stati spazzati via dalla terribile botta del terremoto dell’80 (e dai suoi complici “ruspanti”, mi capite?), ma quelle familiari emergenze architettoniche sono state riconfermate e potenziate dal piano di recupero del centro storico post/sisma dovuto a Giorgio Grassi e Agostino Renna (con collaboratori), quali segni insopprimibili della Storia, permanenza del Monumento nel luogo, memoria collettiva da collettivizzare. Come a dire: dov’era (“l’ineludibile monumentalità”), ma non com’era: gallo, gallina e pollaio sulla tora, cioè la casa/fortezza militare di sopra, il campanile santo di mezzo e l’abitato-suddito “di sotto” – il triangolo, anzi, il teorema di Teora – sono stati sostituiti da analoghi e “moderni” segni/sogni, in linea con una possibile “Te-ora (et labora)” d’oggi, derivata da una “costruzione logica dell’architettura”, fatta a tavolino, nel luogo, per il luogo, ma – pare – non con quelli del luogo, qui il punto. Ogni scelta progettuale (così come ogni nostro “Intermezzo”) è una scommessa, un rischio in sé, si sa, nel gran Casinò del gioco d’azzardo dell’Architettura moderna, e quella fatta sulla tora (altura e teoria) di Teora è stata persa, non c’è dubbio, secondo gli abitanti che si affollano qui intorno, fuori la chiesa, e che mi dicono tante (feroci) cose sul nuovo abitato compatto “di sotto” e su quello del Castello che sta “di sopra”, ahinoi; architetture che “loro” butterebbero volentieri via “in blocco”, come abiti dimessi e/o fuori moda, ma non si può, non è edilizia “pret-à-porte”, edilizia da rot-amare, ma solo d’amare, per amatori, anzi per ama-teoros, specie che però qui manca. Si, nella pratica, la nuova “Teh!Ora” (senza labora), non ha funzionato molto: questi simulacri del passato son rimasti ancor oggi, per questi abitanti, interrogativi monumenti non abitabili, non comodi; ci stanno dentro a forza, tori e teoresi scalpitanti ed infuriati, come “castellani a forza”, loro malgrado, esposti a tutti i venti (e gli eventi) della Tora. Al pari pregano a forza in quella chiesa “di mezzo” (progettata da Giorgio Grassi) solo perché è un atto di fede: lì dentro c’è comunque l’Ostia consacrata, ma non amano quel tempio, anzi “uno” mi dice al volo che “pare ‘nu garage”, con Gesù parcheggiato dentro, mentre Loro, (l’oro?) l’avrebbero gradito più mobile; anzi “ultramobile”, flessibile, più abitabile dall’ uomo d’oggi, col telefonino ed il computer, modello Giovanni Paolo. Uomo e fedele modello “Santo subito”, anzi, ‘e ssubbito! Sintetizzo e riformulo quello che ho ascoltato per Voi, se ci credete, ma ho come testimone la Verderosa post/Irpinia: se prima (del sisma) Teora era uno dei tanti paese-presepe del nostro Appennino campano, ora, nella sua parte più radicale, è un paese-presepio in scatola, concentrato in sei blocchi, simili a sei container, “sei enormi casse da morto”, mi dicono i più cattivi; se prima (del sisma) era un paese sfuso ora, per molti versi, è un inabitabile paese a “pacchetti”, come le sigarette di contrabbando a Napoli del dopoguerra: “Camell, Marlborr, Cesseffiete, chi fumma a Teora!!!” Ed il fumo (d’architettura) fa male agli abitanti, si sa! E’ allarmante ma al contempo interessante tutto ciò. Mi piacerebbe capire meglio (un’altra volta, LPP “multa”) come i teoresi (o teorosi?) “in compressa” del Pianistrello, località ora ribattezzata “Piangistrello”, si sono ripresi lo stesso spazi di libertà abitativa; come hanno reso in qualche modo abitabile, sopportabile, quel rigido plastico architettonico “di tendenza”. Si vede a occhio che “la gente” ha spertusiato (bucato, ndt) quelle facciate “sovietiche”, bulgare, (come le chiama il giovane sindaco, che gentilmente ci ha “informato sui fatti”, nonché del suo tentativo di mantenere «‘u carro pa’ scesa»); si dovrebbe entrare nei singoli appartamenti, studiare cos’è avvenuto “dentro”, capire “da dentro”, antropologicamente, il contro-uso (ed ab-uso) dei tori e teoresi di massa; come hanno dato cornate e “ciampate” all’interrogativa scatola d’abitazione “a sorpresa”. E’ una sorta di sangue ed arena dell’Architettura, sisma continuo. Grassi se lo prendono lo fanno Magri, scherziamo, scherzano, o no? E mo’? Moplen? Teorem? Che farem? Che faranno? Modesta proposta: evacuare le nuove Emergenze, sottolineare l’Emergenza del Monumento, ben colta dal progetto post/irpino, che a me non dispiace, nella sua astrattezza ed inattualità, nel suo essere necropoli, grande colombario (forse unico riuso compatibile). Fossi Grassi, ma non ho “la stazza” (né la stizza degli abitanti), riconoscerei umilmente che la “collettivizzazione forzata d’architettura” non ha funzionato, non è stata capita, non so, non è (e c’è) più tempo; forse gli abitanti non sono stati all’altezza degli architetti, non ne hanno colto il messaggio, né il massaggio del loro illustre compaesano Agostino Renna; si sono spersi nel Monumento, non si sono ritrovati nel minimo vitale, non si sono ritrovati nell’intimo e nell’intimità di Theorà, non ne hanno letto le “istruzioni per l’uso”, recitano a soggetto su quel canovaccio. E’ per questo motivo ho vissuto ogni modifica apportata, ogni finestra spostata dagli abitanti, come uno sfregio alla Gioconda, o l’aggiunta di un pizzetto a quella già “modificata” genialmente da Duchamp. Ma siamo diventati veramente tutti Giocondi? Tutti artisti? Per salvare il salvabile, per salvare quest’Architettura estrema e nobilmente patetica, bisogna svuotarla assolutamente dagli “ingrati” abitanti, dal primo fedele fino all’ultimo bambeniello di Teo(comp)rà; renderla puro spazio metafisico della memoria, assoluto Memento e Monumento al post/sisma, a ciò che l’Architettura – coi suoi strumenti disciplinari più rigorosi – ha cercato di fare, bello (o brutto) che sia, fate voi, ad ognuno il giudizio, se lo ha! Una prece su tutto ciò. Stop, alla prossima puntata del tour, a curiosare nella Bisaccia di Aldo Loris Rossi, ma con calma. Saluti, alla prossima da Venezia/Biennale, Eduardo Alamaro (Eldorado)

6 giugno 2007

La scossa scassa ( LIONI )

EDUARDO ALAMARO ha deciso di intraprendere un viaggio-inchiesta nell’ IRPINIA del dopo-terremoto. Si è ricostruito tanto … hanno lavorato le grandi firme nazionali dell’architettura … i risultati ? Non se ne è mai parlato, una sorta di rimozione “culturale”.
La PresS/Tletter di questa settimana (n. 20- 2007), che ricordo in Italia è letta da circa 50.000 professionisti, tecnici e non, ed ha una diffusione superiore sia a molti quotidiani che a tante riviste di settore patinate e stampate, ha deciso di seguire ALAMARO in questo viaggio.
La prima tappa è LIONI dove ho accompagnato Eldorado insieme a Rino Sorrentino che qui saluto; il resoconto segue in evidenziato.
Prossimo reportage su PresS/Tletter: TEORA. Sabato 16 giugno dovremmo essere a Conza e Bisaccia con pausa pranzo da “zi Luigi”; chi vuole partecipare risponda alla presente. Se vi annoio con le mie mail scrivetemelo. Saluti affettuosi, angelo verderosa

PresS/Tletter n. 20- 2007 http://www.prestinenza.it/ http://presstletter.com/
Nella rubrica INTERMEZZO, Edoardo Alamaro ci parla di: La scossa scassa / 1 (un giorno da Lioni).
La scossa scassa / 1 (un giorno da Lioni) Che domenica indimenticabile, santificata al Signore delle scosse, al Dio tellurico che tutto move & Smove. La scossa scassa e poi si batte cassa! Sono infatti di nuovo nell’Irpinia post/sismica, la post/Irpinia nata dalla “grande botta” del 23 novembre 1980 (e chi se la ricorda più?), ricca di architetture spesso dovute a grandi e piccole firme, ad archistar mancate e/o locali; nel complesso un patrimonio edilizio a suo tempo molto parlato e s/parlato, un cratere (di parcelle) oggi dimenticato, sostanzialmente non indagato (a parte la magistratura dell’Irpiniagate), una rimozione collettiva, forse una perdita (di tempo) critica. Ma noi, sfaccendati interSmezzatori d’assalto, abbiamo tempo da perdere e ci “sfiziamo” a ri/vedere queste opere sociali terremotate, ormai sufficientemente collaudate dall’uso, usufruendo peraltro di una guida “indiana” color Verderosa, sempre sia lodata, mai lordata. Iniziamo il tour dal “cuor di Lioni”, dalla sua moderna piazza, assolata e deserta, un vuoto interrogativo metafisico, un cratere permanente di cinquemila metriquadri, una specie di piazza del Plebiscito senza plebiscito partenopeo – oggetto di un vivace scambio d’opinioni su questo foglio on line (cfr. PresS/Tletter nn. 23 e 24/2006, ndr) – con in cima un solenne e classico tempio, anzi un santuario, quello di San Rocco, edificato su progetto del grande “accademico d’Italia” Giovanni Muzio, credo l’ultima sua opera, dono personale al parroco, suo amico, Padre Roberto, francescano, col quale parlo simpaticamente. Originario di Paduli nel beneventano, il paese di Mimmo Paladino, il frate mi dice che aveva conosciuto Muzio in Terrasanta; che l’illustre architetto gli offrì il progetto di ricostruzione della chiesa post/sisma, un’opera intensa “da contemplare prima che da usare”; che per questo motivo era sceso giù da Milano ed era stato tre giorni umilmente in una roulotte, al pari degli altri terremotati (quei bravi architetti d’una volta che ancora progettavano vedendo e vivendo i luoghi “dal vero”!); che poi Muzio era morto nel 1982 e che suo figlio concesse “il placet” per la continuazione dell’opera no/profit; che si è cercato di rispettare in tutto e per tutto il progetto del Maestro, la grande chiesa a pianta circolare (che però “non circola”, anzi non quadra), un Muzio tardo, non più Scevola, ma che piuttosto scivola dal cuor di Lioni d’oggi pulsante. Per Padre Roberto la fedeltà esecutiva al progetto è il segno concreto del “rispetto” dovuto al Maestro, all’amico, all’architetto più “francescano” del novecento; e ciò contrariamente a quanto avvenuto per altre chiese del post/sisma irpino (oggetto peraltro, a suo tempo, di una mostra con relativi plastici e grafici, mi dice), ove è palese la distanza (anche di tempo) che corre tra il progetto e la realizzazione dell’opera, talvolta un vero e proprio tradimento, se non traviamento. Gli obietto che spesso le difficoltà della realizzazione stanno “nel manico”, e che cioè il progetto è già carente ed astratto in sé, improbabile, “bello” 1/100 ma paralitico in scala 1/10 e ancor peggio avvicinandosi “al vero”; come la parola del Vangelo che rimane ferma sull’altare, che non s’incarna, e la nostra è un’arte applicata, una religione pratica (e anche un po’ puttana e molto contaminata). Sembra convinto, annuisce, ma poi deve celebrare messa, andiamo via, saluti e baci accademici all’eroico Muzio Scivola. Attraversiamo il vuoto interrogativo della piazza (con muro loggiato) e andiamo di fronte, da don Tarciso, un padovano sceso dal cielo al Sud con gli aiuti provvidenziali del terremoto che poi qui s’è impiantato da parroco, molto attivo ed amato. Infatti è simpatico ed estroverso, con lui non puoi non ascoltare la Messa; ci dicono che è un grande animatore, il suo edificio di culto (la chiesa di Santa Maria Assunta) è modesto e, diciamo la verità, pure bruttino e cafunciello, ma è pieno di gente che sembra felice e partecipe, che lo chiama mentre scambio con lui quattro chiacchiere non inutili. Mi dice che, nel tempo del post/sisma, si oppose fieramente ad un progetto di Riccardo Dalisi “il partecipativo”, che però in quel caso pare che non partecipò molto coi Lioni locali (che fan rima con guagLioni e con i due CastigLioni, semmai). Roboanti e tipiche del tempo erano le intenzioni di progetto. Scrisse infatti su autorevole rivista (“Spazio e Società” n. 19, settembre 1982, pp. 72 e sgg., ndr): “Bisogna partire dal presupposto che ogni popolazione ha in sé un potenziale di recupero, la capacità di ricostruire, di rifarsi dal trauma dell’evento sismico. In altre parole le popolazioni devono autogestirsi l’emergenza ...” ma di fatto (e fatti architettonici) anche “Totocchio” calò dall’alto la sua suggestiva idea di progetto (involucro concettuale trasparente, interno con frammenti architettonici dada, ..) che fu percepita sostanzialmente come museale ed astratta: una sorta di memorial, di reliquario autocelebrativo, invivibile e impraticabile per il culto “pratico” della gente in carne, ossa e spirito. Fu questo il giudizio inappellabile espresso dai parrocchiani e dal prete che a loro volta forse volevano un impossibile “dov’era e com’era” (e che la proposta dalisistrata & spostata in avanti di fatto radicalizzò all’indietro). Che peccato, sarebbe stato un bel confronto in piazza: Muzio/Dalisi, classico/anticlassico, permanenza/permanente e/o messa in piega dell’architettura, gran coiffeur! Basta, dobbiamo interrompere, anche qui c’è la Messa, in contemporanea con quella del Santuario “di sopra”, due al prezzo di una, andiamo via, grazie fecondo don Tarcisio, a presto! Saliamo in macchina, c’è tanta architettura (ed edilizia) da vedere nel cuor di Lioni (mi indicano al volo qualche opera, ma non c’è tempo per scriverne, un’altra volta, LPP “multa”, già ho sforato) e ci dirigiamo a Teora, il paese/presepe aggrappato sulla collina che diede i natali al quònnam Agostino Renna, che qui operò nel post/terremoto, “tendenziosamente” con Giorgio Grassi. Stop, fine prima puntata. Conservate il biglietto, il seguito alla prossima, forse. Premio a sorpresa per chi seguirà tutte le puntate terremontate. Saluti post/irpini, Eduardo Alamaro (Eldorado)

5 giugno 2007

riciclare in campania


Un impegno dopo la lettura dell’allegato, riutilizzare almeno la carta in ufficio / studio anche sull’altro lato per bozze, fotocopie interne, ecc.
Non “appallottolare” nel cestino, conservare la carta in casa / garage fino alla fine dell’emergenza. saluti, angelo verderosa

Si irngrazia per il consiglio, io penso però che la questione sia
altra. Al punto in cui siamo arrivati, Napoli soprattutto, il problema potrebbe essere risolto se i Napoletani non mangiassero più. Non ti sembra che questo governo o questa regione sia diventata un po' troppo democratica?! __mimì

Grazie per il "salubre" e gradito messaggio; ho messo un post-it nel sito appena messo in rete http://www.blogger.com/www.udcavellino.it
Non esitate ad inviare ogni articolo e/o documento che riterrete opportuno. Grazie, un abbraccio. Enzo

23 maggio 2007

feste e rifiuti in campania

dal corriere della sera 22.5.07 “calendario” a cura di ernesto galli della loggia
FESTE e RIFIUTI
Quante mostre a Capodimonte saranno necessarie?
Quante ammuine carnascialesche con concerti oceanici a piazza Municipio? Quanti convegni dell’avvocato Marotta e del suo Istituto di studi filosofici sul sempiterno ’99, prima di cancellare dalla mente dei telespettatori di tutto il mondo l’impressione suscitata dalla vista, amplificata dai tg di cinque continenti, di Napoli sopraffatta dai rifiuti?
A che servono i tantissimi miliardi spesi in tutti questi anni per le “feste” per la “cultura”, quando poi nelle cose più elementari non si riesce a essere una città europea?
Ma non nascondiamocelo: Napoli è solo un emblema dell’Italia: un Paese senza acquedotti né metropolitane, con servizi di trasporto urbano che fanno schifo, periferie degradate, ma che in compenso ha schiere di assessori, e ahimè di intellettuali, con la fregola dell’ ”immagine”, della “notte bianca”, dell’”estate”, del “festival di qualcosa”, pur di non pensare a ciò che innanzitutto conta.
amari saluti, angelo

MI CONGRATULO CON TE: FINALMENTE SONO RIUSCITO AD INIETTARTI IL VIRUS
PER UN SANO FASCISMO. MA FINO A QUANDO QUEL PIRLA DI GIACOBBE CONTINUERA' A VOTARE QUEL PECORAIO DI PECORARO, NAPOLI CONTINUERA' A STARE NELLA FETENZIA. CI VUOLE UN NUOVO '99, MA SENZA MAROTTA.
VIVA IL REGNO DI BASILICATA!
giuseppe

...... PAROLE SACROSANTE CHE DOVREBBERO UMILIARE TUTTI NEL PROFONDO, MA CHE RIMEDIO PORRE AD UNA TALE SITUAZIONE QUANDO NESSUNO VUOLE DISCARICHE, NESSUNO VUOLE SVERSATOI E TUTTI CONTINUIAMO A PRODURRE SEMPRE PIU' RIFIUTI? RASSEGNAMOCI, IL MONDO HA PRESO ORMAI UNA BRUTTA PIEGA E SAREBBE GIA' TANTO LIMITARE I DANNI RALLENTANDO IL DEGRADO, CON LA SPERANZA CHE SIA NOI CHE I NOSTRI FIGLI POTREMMO UN DOMANI, SPERIAMO IL PIU' LONTANO POSSIBILE, PASSARE A VITA MIGLIORE IN MODO NATURALE.
CONSOLIAMOCI NEL GIROVAGARE NELLE POCHE CAMPAGNE ANCORA VERGINI DELLA NOSTRA PROVINCIA CHE IN QUESTO PERIODO REGALANO SENSAZIONI D'ALTRI TEMPI
UN SALUTO ALTRETTANTO AMARO, GERARDO


Condivido amaramente sillaba per sillaba tutto quanto da te riportato, purtroppo!!!
Cari saluti a te e un bacio ai tuoi figli.
p.s. Fra poco comincia la stagione balneare. Ti aspetto per un giorno gioioso. Ciao Silvio.


ciao angelo
quando sei da queste parti ti aspetto sempre con piacere
ciao peppe

Napoli é Napoli. Lo dico da non napoletano, ma da chi ha trascorso e vissuto Napoli negli anni universitari. Altra cosa è chi governa Napoli e la governava. Per la situzione attuale e cronica della "munezza" dobbiamo ringraziare il caro "compagno" Bassolino già governatore e commissario straordinario. Poi in riferimento alle belle serate impastite e ai soldi spesi e che potevano essere spesi diversamente, posso essere daccordo parzialmente. Anche noi, per fare un esempio, spendiamo a dismusura quando c'è chi non ha ne da mangiare e bere. ciao, Antonio

20 maggio 2007

Alamaro al GOLETO

Alamaro al GOLETO
Caro Pino, La PresS/Tletter in Italia è letta da tantissimi professionisti, tecnici e non,
ed ha una diffusione superiore sia a molti quotidiani che a tante riviste di settore patinate e stampate. Il Prof. Alamaro ha visitato il Goleto, ha intervistato Fr. Wilfrid Krieger ed ha scritto un articolo (sfizioso) - Allego lo stralcio pubblicato sulla rivista

INTERMEZZO
Festa della Mamma “Architettura” è stata nei secoli generosa e prolifica Mamma di tanti figli d’arte, molto meno oggi: troppe pillole e preservativi normativi in giro, paura dell’accoppiamento e del meticciato creativo, scarsa applicazione e ridotta partecipazione fecondante. E poi i figli d’arte dell’Architettura d’oggi chi li cresce? Chi li nutre? Anche se Tutti so’ (e restano) «Piezze ‘e core»! Per dare un segnale in contro-tendenza (adda passà ‘a nuttata!), in occasione della Festa della Mamma dell’Architettura Irpina (MAI), c’è stata sabato scorso una simpatica “visita guidata” organizzata dall’A.N.A.B, (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica), con in testa l’architetto Angelo Verderosa, un cognome che di per sé è già un programma di bioecologia (vedi “Intermezzo” di PresS/Tletter n. 16/2007, ndr).Non c’è spazio e tempo per dire di tutta la festa della Mamma Architettura Irpina; ci limitiamo pertanto alla tappa nell’Abbazia del Goleto, famosissima ed assoluta, fondata da San Guglielmo di Vercelli nel 1135, oggi Santo protettore degli Irpini, ballerini sulla faglia mediterranea. Siamo in mano a Lui (e a lei, alla faglia)! Prima della visita c’è stata “la lezione”, cioè una relazione con videoproiezione sul cosa si è fatto (e cosa si sta facendo ancora) per il restauro e recupero del Goleto. Si entra pertanto in “zona rossa”, temi delicatissimi sull’idea (e pratica) del “restauro sostenibile” (da tutti i punti di vista, teorico, oltre che sociale); si va di filato nel rapporto che passa tra Storia, restauro e tecniche dolci & eco-compatibili; in tanti argomenti scottanti nei quali l’architetto Verderosa ha il merito di entrare non dalla porta alta ed accademica, ma da quella bassa e pratica di “architetto di cantiere”, qual egli si dice con civetteria, con un grande amore per il fare, per il “come si fa” e si inventa la soluzione “giusta”. E’ da questa soglia applicativa della “porta di servizio” (e di buoni servizi d’architettura) che egli comunica con simpatia e umiltà la sua esperienza di cantiere al Goleto, le schede di lavoro, i successi e le difficoltà, finanche accenna alle fasi drammatiche del cambio di Soprintendente referente: “il subentrato” espresse un giudizio negativo sul restauro in corso, approvato dal predecessore, preferendo forse un approccio più “interventista” e notabile, sulla linea di quanto già fatto negli anni ’90 per l’ala del convento maschile (il Goleto era infatti un tipico caso di “monastero doppio”, maschile-femminile, ove i maschietti, i monaci erano minoritari e sottoposti al potere del “cristianesimo al femminile”, un tema di fondo attualissimo che, per la verità, doveva essere la chiave di volta sottesa a tutto il restauro architettonico, quale confronto di due approcci al tema, duro/morbido, leggero/pesante e/o pensante…).Mentre si proiettava un bel filmato sull’abbazia, colpo di scena perché entra Padre Wilfred, un frate tedesco di Colonia che da 17 anni è al Goleto, nella comunità “Jesus Caritas”. Un applauso spontaneo – è molto popolare e stimato – e prende la parola: dice che il Goleto è un luogo di “accoglienza del profondo”; che le pietre parlano se le sai ascoltare per poi “restaurare” il mistero che vi è racchiuso dentro, come in un’urna; che bisogna restaurare quindi primariamente il Silenzio che c’è dentro le rovine, le ferite architettoniche: questo il punto chiave per un giudizio sulla qualità dell’opera in corso; restaurare con amore l’immateriale, il mistero, la cui radice greca è appunto “silenzio”, (“fare” quindi un restauro silenzioso e senza sensazionalisti, senza «strapp», dice nella sostanza). “Non posso scassinare la parola di Dio”, continua “ma posso mettermi umilmente in un percorso di ascolto”… l’architetto del luogo si è messo in ascolto della voce di Dio (da restaurare) e forse l’ha intercettata, pare, il Beato Verderosa (sempre sia lodato, mai lordato!)Intervengo a sorpresa, “intervisto” al volo il giovane frate, che simpaticamente sta al gioco: gli domando della differenza che ha riscontrato, come utente del Sacro, tra due “stili”, due approcci al restauro del Goleto (tutto il mondo è Tv per cui il pubblico partecipa molto “in diretta” e tifa, ride, applaude, coglie le differenze sostanziali, nello spettacolo odierno). Punto di fondo: Essere o apparire? Dice all’uopo Wilfred: il primo architetto, un luminare luminoso, veniva qui di corsa, appariva, indi spariva d’immenso in un baleno, colla sua corte architettonica. Più che apparire forse bisogna “Esserci”; essere ogni giorno umilmente sul cantiere, discutere di piccole cose che fanno le grandi cose, un modo di Essere….Fine dell’intervista, fine della lezione, andiamo sul posto a verificare “il mistero” del Goleto restaurato. In effetti “l’ala maschile”, quella poi adibita “dal luminare luminoso” ad uso di biblioteca, è appariscente dall’esterno, con una sequela di piramidi di vetro montate sul tetto a gradoni, ardita citazione della casa caprese di Libera per Malaparte; ma, come dicono a Napoli, la soluzione “è bella, ma non abballa”. Questo lapidario giudizio lo usano i commercianti napoletani del Mercato per dire di prodotti appariscenti ma che non funzionano, che non incontrano il gusto del pubblico “corrente”. In questo caso, mutatis mutandis, quello dei monaci e di tutti coloro che dovevano studiare nella biblioteca, oltre che dei libri stessi, i quali (mi dicono) si son (in parte) rovinati e/o danneggiati per problemi di condensa e di mancanza di ricambio d’aria, peraltro irrespirabile per scarsa aerazione. Può essere, questo della biblioteca “faraonica”, un bel giocattolo modello “venustas”, per belle pubblicazioni su carta patinata architettonica, ma pare che non funzioni, non avendo in sé la “commoditas” e la “firmitas”, due componenti base di Mamma Architettura. Altrimenti mammà dice napoletanamente “ca nun sì bbuono”! Di conseguenza pare che le belle piramidi di vetro saranno sostituite da più comuni e pratici lucernai, e che dalla Mala/parte si passerà ad una Buona/parte (della commedia architettonica nel Goleto d’oggi). Staremo a vedere. Saluti in rispettoso silenzio “restaurato”, Eduardo Alamaro

9 maggio 2007

ANAB al Goleto

ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica), Milano
Ordine Architetti della Provincia di Avellino

Programma della visita guidata del 12 maggio
Visita nel Borgo Medioevale di Castelvetere e nell’Abbazia del Goleto
dove sono stati eseguiti estesi lavori di recupero, nell’ambito dei Progetti Integrati promossi dal POR Campania / Comunità Europea.
Saranno proiettate e commentate immagini relative alle tecniche di restauro e alle innovazioni tecnologiche. La visita permetterà di riscoprire una parte eccellente del patrimonio architettonico e storico dell’Alta Irpinia che, nonostante gli interventi effettuati, è ancora alla ricerca di una piena valorizzazione turistica.
Ore 9,30 appuntamento a Castelvetere s.C. nella piazza centrale del paese
Ore 9,45 visita al Borgo di Castelvetere http://www.comune.castelveteresulcalore.av.it/ http://www.saporinelborgo.it/
Ore 11,45 spostamento verso l’Abbazia del Goleto http://http://www.goleto.it/
Ore 12,00 visita all’Abbazia e ai lavori di restauro e di recupero
0re 13,00 intervento con video proiezione dell’Arch. Angelo Verderosa
Ore 14,30 colazione di lavoro c/o il wine bar “alle Sorgenti dell’Ofanto” http://www.allesorgentidellofanto.it/
info: 0827.215122

4 maggio 2007

Letti vuoti in Irpinia

A seguito del convegno tenuto a Castelfranci,
Eduardo Alamaro ha pubblicato un intervento “Letti vuoti in Irpinia”
sia sul Corriere che nella allegata rivista di architettura on-line PresS/Tletter n.16 – 2007
Chi vuole partecipare al dibattito può scrivere una e.mail a l.prestinenza@libero.it
saluti, angelo verderosa

INTERMEZZO
Letti vuoti in IrpiniaNei dibattiti “culturali”, nei convegni scientifici, specie se specifici e tecnici, specie se svolti in sedi istituzionali e in zone “interne”, ci sono dei sicuri indicatori di gradimento del pubblico: se nessuno si è alzato dalle sedie, se alle nove della sera quel convegno annovera lo stesso pubblico iniziale delle sei del pomeriggio – tre ore intese di relazioni, di interventi, di analisi dei fatti e cose, di parole & immagini, rendiconto di quanto realizzato sul luogo – significa che quella iniziativa è stata utile, che ha colto nel segno, che ha fatto cultura; che ha allargato il perimetro della partecipazione pubblica, fornito degli strumenti ai nativi, ai cittadini del luogo.E’ quanto accaduto venerdì scorso al convegno d’architettura “Borghi, castelli e abbazie: esperienze di restauro in Irpinia”, tenutosi nella sala del consiglio municipale di Castelfranci (AV). Il successo della manifestazione è da ricercarsi innanzi tutto nei contenuti e nel tono pacato, ed al contempo implacabile, fino alla lucida denuncia, della relazione e video-proiezione del giovane architetto del luogo Angelo Verderosa (vedi “Letture d’autore” in PresS/Tletter, n. 8/2007, nda). Egli ha relazionato sulle esperienze di restauro architettonico che ha effettuato (in comunione con un articolato gruppo di lavoro), sul sistema dei borghi medievali irpini della Terminio Cervialto: il magnifico quadrilatero Castelvetere, Quaglietta, Volturara, Taurasi (castello incluso); nonché della famosa abbazia del Goleto e il museo diocesano di Nusco. Un’occasione professionale tramutata beneficamente in una proposta culturale profonda; in una esemplare offerta di metodo e di approccio non fumoso al territorio sociale alto-irpino, incluse le antiche architetture da “curare”, oggetto del pubblico incontro a Castelfranci.L’approccio dell’architetto Verderosa – coordinatore delle tecnologie e del restauro tutto – è stato infatti soft, rispettoso ma non ossequiante, umile ma al contempo ambizioso; ha dimostrato in concreto che si può fare coesione e “lavoro sociale” partendo dallo specifico professionale; è riuscito a creare un “bel clima in cantiere”, come ha affermato; ha colto un’occasione professionale – ben sorretto dalla visione non localistica della “Comunità montana Termini Cervialto” – per sperimentare un modo di stare insieme, di ricostruire in loco una speranza d’architettura, salvaguardando i legittimi intessi di tutti i soggetti, pubblici, privati e istituzionali coinvolti; sperimentando al contempo, e ciò è quello che più interessa lo specifico architettonico, non solo “pratico”, tecniche di lavoro inclusive del passato, integrate al luogo, economiche e efficaci perché rese contemporanee. Far bene con poco, il minimo è il massimo, quasi un miracolo! “Recuperando l’antica pietra del monumento, ho recuperato la nostra storia”, ha detto con orgoglio, “ho contribuito a formare nuovi maestri d’arte del luogo”; quelli di cui una volta l’Irpinia andava fiera (si pensi agli scalpellini e ai maestri della pietra di Nusco): sono le nuove maestranze alto/irpine, alla lettera, formate in cantiere, direttamente, a costo zero, con un’attenta direzione di lavoro, (sul punto vedasi “Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia, manuale delle tecniche di intervento”, a cura di Angelo Verderosa, prefazione di Massimo Pica Ciamarra, De Angelis Editore, 2005, ndr).Quello esposto nel convegno è stato quindi un restauro architettonico (e al contempo "restauro sociale") che contiene una qualità artigianale intrinseca (e che come tale andrebbe approfondito, veicolato e pubblicizzato, come emerso dal dibattito); artigianato di tipo nuovo, inteso cioè non come fatto residuale e nostalgico di tecniche e modi del passato costruttivo ed abitativo, ma come recupero artigianale dell’uomo stesso, oltre l’uomo industriale, in una prospettiva contemporanea industriosa, straordinariamente attuale e forse neo-partecipativa. Architettura umile (e nobile) mestiere, si potrebbe dire; partire evangelicamente dalla pietra scartata ch’è diventata pietra d’angolo della costruzione (e ricostruzione) dell’Irpinia Verde/rosa; quella che ha forse avuto il coraggio e la semplicità di mettere i sentimenti dentro le cose; contro l’architettura cinica e arrogante sperimentata nei bidoni dei "frammenti urbani" post/sismici, arroganti para-utopie sopra la gente, veicolanti modelli di comportamento lontani mille miglia dal vissuto quotidiano del loco post/irpino; cose e "cosi" che si son rivelate marziane e cervellotiche, calate di brutto (alla lettera) sul territorio. Andare a parlare con quegli sfortunati abitanti per credere! (e vi prego, non recitiamo sempre il consolatorio proverbio architettonico nazionale: «‘o Presepe è bbello, so’ ‘e Pasture ca so’ bbrutte!!»; ossia, in questo caso: «il frammento (urbano) è bello, so’ ‘e cafune che so’ brutti!» Tutto bene quindi, in nell’alt(r)a Irpinia? NO, affatto!! Siamo alle solite: il restauro architettonico esposto nel convegno è parso slegato parzialmente dalla sua destinazione d’uso, ed assolutamente, nei fatti, da un convincente progetto di gestione, interno ad un concreto sviluppo socio-economico del sistema “borghi d’Irpinia”. Insomma, ancora una volta ci sono i contenitori restaurati, mancano i contenuti! son corte, o tagliate del tutto, le gambe sociali per camminare, questa l’estrema sintesi. Peccato, il gruppo dell’Irpinia Verde/rosa, battezziamola così, ce l’aveva messa tutta, ma non è detta ancora l'ultima parola. «Facciamo Presto!!!», contro il famoso e sfortunato titolo–slogan degli anni ottanta: “Fate Presto!!!”, (ed Essi fecero!, nda). Questo convegno si è concluso in un grido di dolore, ma anche di speranza della ragione. Non è stato (solo) un lamento. E’ sperabile che si applichi alla gestione del "Sistema Borghi d’Irpinia", la stessa strategia partecipativa sperimentata cn successo nel suo restauro architettonico; è indispensabile suscitare idee luminose per attrarre capitali, soprattutto umani, la più grande risorsa, onde evitare una nuova sconfitta dell’Irpinia e un nuovo sperpero di danaro pubblico, nonostante le più rosee e verde/rosee speranze. Quando son scorse sullo schermo le immagini di una sessantina di minialloggi turistici completamente attrezzati ma inutilizzati, nei borghi restaurati, veniva voglia di dire: ma a che gioco giochiamo?, Oltre alle “culle vuote”, anche i “letti vuoti”? Perché il valore culturale del monumento ben restaurato non è diventato (ancora) valore economico? Perché, a differenza dell’Umbria, regione “similare” per sisma e conformazione territoriale, molto nominata nel dibattito, l’Irpinia non decolla (ancora) nel turismo culturale e nell’architettura restaurata con pazienza e qualità? Ai posteri (e posteriori) l’ardua sentenza. Saluti post/sismici, Eduardo Alamaro (eldorado)

30 aprile 2007

borgo musicale in molise

Ti segnalo inoltre un borgo in Molise dove quei pochi abitanti rimasti danno ospitalità a band musicali giovanili; link http://www.4ventilive.com/

2 marzo 2007

Pietra Irpina

Pietra irpina
L’Irpinia sub-appenninica è ricca di buoni materiali lapidei adatti alla costruzione e all’impiego pavimentale esterno; materiali un tempo reperibili un po’ ovunque, oggi sono estratti principalmente nelle cave di Sant’Andrea di Conza, Bisaccia e Melito Irpino e lavorati, oltre che nei suddetti siti, nei laboratori di affermata tradizione artigianale: Fontanarosa, Gesualdo, Grottaminarda, Montella, Bagnoli, Nusco, Lioni, Conza.
Nei centri storici scampati al sisma del 1980 la pietra è ovunque; nei portali e nei cantonali dei palazzi nobiliari, nei rosoni e nei basamenti delle chiese, nei davanzali e negli stipiti di porte e finestre, nei balconi e nei gattelli in aggetto, alla base delle case scavate nei fianchi delle rupi … sotto gli intonaci delle case in muratura … nei vicoli e nelle piazze; simbolo arcaico dei luoghi e della secolare abilità dell'uomo che sempre ha affidato alla incorruttibilità della sua superficie parole e segni da tramandare.
Dalle cave autorizzate di Sant’Andrea di Conza-Pescopagano e Melito Irpino si estrae una pietra compatta, chiara e variegata, adatta alla costruzione e alla decorazione, prevalentemente costituita da minerali “di durezza Mohs da 3 a 4”, denominata "brecciato irpino"; si presenta come un conglomerato ghiaioso di varia granulometria e cemento calcareo, costituita da breccia di matrice carbonatica e derivante da rocce sedimentarie; a granulometria minore corrisponde materiale di maggior pregio.
A seconda della granulometria e dei siti originari di estrazione si hanno le varie denominazioni: “favaccio” o “favaccia”, “favaccino”, “brecciato”, “pietra di Fontanarosa”, “pietra di Gesualdo”, ecc.
La superficie a vista viene lavorata bocciardata, picconata, scalpellata, pettinata, levigata e, di recente, sabbiata e burattata. All’interno viene posato con lucidatura in opera.
A Gesualdo si estrae, ormai episodicamente, l’ “onice di Gesualdo”, marmo di grande effetto decorativo, trasparente quando tagliato in lastre sottili, ricco di venature multicolori, non adatto per l’uso esterno.
A Bisaccia, viene ricavata mediante sfaldatura meccanica di cava, una pietra marnoso-calcarea, compatta, lavorabile, con interessanti effetti di colorazione sabbioso-giallastre miste a macchie grigio-brunastre e con vene calcistiche e rossastre. Viene cavata sotto forma di lastrame irregolare e selci, a spessore variabile (40-90 mm.) e pezzature comprese mediamente tra 20 e 60 cm.; il coefficiente di imbibizione medio, contenuto entro il 3%, la rende adatta all’uso esterno.
La buona consistenza strutturale delle due tipologie di pietra irpina, il variegato cromatismo, il comfort al calpestio, le possibili lavorazioni, la resistenza al gelo e all'usura per attrito, consentono una soddisfacente utilizzazione sia nelle pavimentazioni carrabili che pedonali.
La “pietra di Bisaccia”, lasciata a “piano cava”, si presta meglio in genere per pavimentazioni ad opus incertum o a cubetti; il “brecciato” si apprezza soprattutto lavorato in lastre regolari o a correre, basoli, cordoni, zanelle, caditoie, bauletti, dissuasori, panchine.
La posa in opera necessita di una preventiva fondazione di tipo stradale, costituita da una massicciata in pietrame misto costipato e rullato, a cui si sovrappone un massetto in calcestruzzo armato con rete elettrosaldata; sul massetto di posa, in genere realizzato con sabbia di fiume e cemento, battuto a mano, vengono posate “a fresco” le lastre in pietra; i giunti di fuga tra le lastre vengono riempiti con sabbia finissima e cemento in polvere e inumiditi fino alla presa.

Angelo Verderosa, tratto da Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia
Manuale delle tecniche di intervento (a cura di A.V.)
De Angelis Editore, Avellino 2005
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