San Martino è il Patrono della CHIESA MADRE di CAIRANO; si festeggia l'11 novembre_
1.__San Martino di Tours, Vescovo di Tours (Francia), viene raffigurato a cavallo mentre taglia a metà con la spada il suo mantello per coprire un mendicante. agiografia di San Martino http://www.cartantica.it/pages/sanmartino.asp
2.__San Martino come Bacco, protettore del vino / Nella tradizione abruzzese San Martino è il protettore del vino e si narra una leggenda sulla sua vita per spiegare questa attribuzione. La figura del santo non ha niente a che fare con il Santo venerato dalla chiesa, ma è una figura che ricalca in modo impressionante quella di Bacco. Nella mitologia classica dal corpo di Bacco ucciso spunta la vite e questo è anche il punto centrale della figura di San Martino nella leggenda. Un'analisi attenta del testo della tradizione ci dice molto sul sincretismo pagano-cristiano ancora largamente diffuso nella nostra tradizione, tenuto conto che la festa di questo santo l'undici novembre è associata a una particolarissima festa detta "Processione dei cornuti" che è un vero e proprio relitto del Baccanale e delle feste della fertilità. __La vita di San Martino / San Martino era uno che si ubriacava sempre, un ubriacone. Una sera d'inverno, faceva molto freddo e San Martino era stato in una cantina e si era ubriacato. In quei giorni la moglie era incinta e stava per partorire, mentre egli tornava a casa, gli venne uno scrupolo nell'anima. Disse fra sé e sé: "Ora torno a casa e vado a coricarmi accanto a quella poveretta,così intirizzito dal freddo come sono, ubriaco. Non voglio farla soffrire, per questa sera dormo giù nella nostra cantina." E così fece. Entrò giù nella sua cantina e si accovacciò in una nicchia scavata dentro il muro proprio dietro una grande botte. La notte, a causa del freddo, morì! Quando la sua anima giunse davanti a Dio, Dio vedendo che lui era morto per non fare del male alla moglie, lo fece santo. Intanto la moglie aspettò invano ma del marito non seppe più notizie. Ma da quel giorno cominciò ad accadere un fatto miracoloso: da quella grande botte che lei teneva in cantina, più vino cacciava e più ce ne ritrovava! La notizia si sparse, venne il prete e la gente dal paese per vedere quel miracolo. Il prete volendo accertarsi cosa stesse accadendo, osservò bene la botte sotto e sopra, davanti e dietro. Vide il corpo del santo dentro la nicchia e vide che dalla sua bocca era spuntata una vite e questa vite era entrata dentro la botte. Guardarono dentro la botte e videro che questa vite aveva l'uva che diventava vino da sola. Allora dissero: "Solo un santo può fare un miracolo come questo!" E vi costruirono una chiesa. Ecco perché San Martino è il patrono del vino. __ a cura di Laura Pelliccione
3.__http://www.lunario.com 11 Novembre: San Martino. / La tradizione vuole che nel giorno di San Martino si assaggi il vino novello. In alcune zone delle nostre campagne per San Martino si preparavano dei pani particolari, a base di zafferano aromatizzati con semi di finocchio, si preparava poi un sugo a base di carne di maiale in cui inzuppare il pane. per la serata si invitavano parenti e amici per trascorrere insieme la serata mangiando il "pane di San Martino".
4.__La leggenda racconta che san Martino, mentre era in cammino perse l' asino e che alcuni bambini con la loro lanterna lo ritrovarono. Per ricompensarli san Martino trasformò in dolci lo sterco del suo asino. San Martino viene festeggiato soprattutto nel Nord della Francia, in alcune zone della Germania, del Belgio e dell' Olanda. Per la sua ricorrenza, l' 11 novembre, i bambini di queste nazioni fabbricano delle lanterne e e vanno alla ricerca di san martino e del suo asino.
5.__ ... Ebbene, per il povero c'è il santo dei poveri, c'è san Martino, quel del mantello, quello dell'estate, e san Martino permette che si semini ancora per la sua festa, la quale è agli undici di novembre: Per San Martino, la sementa del poverino...
10 novembre 2007
11 novembre, san martino
9 novembre 2007
DOMENICA 11 a CAIRANO
DOMENICA 11 a CAIRANO
il tempo sarà buono. questo significa che dobbiamo aspettarci l'arrivo anche degli indecisi.
dario ha annunciato la sua presenza insieme a otto amici napoletani. forse è l'occasione per aggiungere al programma la visione del nuovo video, SCUOLA DI PAESOLOGIA.
per arrivarci, info sul web http://www.comune.cairano.av.it
per i navigatori evoluti 40°53'48" lat. N 15°22'08" long. E elev. 723
punto di ritrovo: piazza dinanzi la Chiesa della Concezione (centro)
QUESTO IL PROGRAMMA PROVVISORIO
ore 11 inizio passeggiata alla strada delle "grotte" e al "parco archeologico"
ore 12 inizio passeggiata ai ruderi del Castello e alla Rupe
ore 13 colazione insieme (la comunità di Cairano offrirà prodotti locali, ognuno però porti qualcosa poichè non sappiamo -purtroppo- ancora quanti saremo)
ore 15 discussione collettiva sulla vita che c’è a Cairano e negli altri paesi più piccoli
coccole dalle 12 alle 17 AMBULATORIO di COCCOLE a "cura" dei Clown Dottori e Volontari dell'Associazione Ridere per Vivere-Campania http://www.riderepervivere.it/
cari amici "provvisori" _ domenica sarà con noi a cairano anche caterina potrelandolfo.
è una cantante lucana che vive a napoli. canta cose antichissime con una voce antichissima. vi dico questo per dirvi che siete pregati di scegliere almeno una persona cara e portarla con voi a cairano. la comunità provvisoria che vedremo domenica deve essere la somma di piccolo comunità che arrivano da varie parti. non fatevi scoraggiare neppure da un eventuale cattivo tempo. il sole sarebbe un gran cosa, ma anche col tempo brutto impareremo altre cose. (f.a.)
... dunque, a Cairano non arriva un uomo politico a fare un comizio, ma arrivano persone che hanno voglia di vedere ed ascoltare. Arriveranno uomini giovani e anziani, donne e bambini. Arriveranno perfino gli esperti delle coccole. (f.a.)
la comunità provvisoria si ritroverà a CAIRANO, un piccolo sforzo e ci saremo tutti ! ... chi non riuscirà ad esserci può seguire la giornata sul BLOG, stiamo preparando un collegamento in "web foto"
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cairano / don leone
Il funerale di Don Leone __ Arrivo che il funerale è già iniziato. E oggi se ne va un prete che si
chiamava Don Leone. Lui viveva senza tirare il fiato. Mangiava dove gli capitava. Non aveva una casa. Dormiva in chiesa, spesso sull'altare, vestito, esausto dopo le lunghe serate passate con fedeli e indemoniati. Un parroco esorcista, infaticabile nel fare il bene e nel guerreggiare
col profondo impulso suicida che è alla radice di ogni possessione. Domenica pomeriggio ad Andretta, in Alta Irpinia. Giornata di latta, appena tiepida. Nell'aria settembrina c'è l'urto dell'autunno e dell'ignoto e una luce debole, pronta ad accartocciarsi verso il buio. Intorno al paese la terra è nera. Sono qui con due giovani antropologhe tedesche. Vengono dal Belice e si sono fermate in Irpinia alla ricerca di spunti per i loro studi. Hanno letto su un giornale locale del prete esorcista e sono assai curiose di vederne il funerale. Camminiamo verso la chiesa madre. Guardiamo i manifesti funebri. Ma del cordoglio stampato sui muri non c'è traccia sui volti delle persone. Un giovane parcheggia la macchina con elaborata precisione. Un demente si
affaccia sul balcone, rompe il silenzio e torna alla sua radiolina. Indugiamo a parlare con un uomo seduto davanti alla porta della casa. Dice che Don Leone era buono, troppo buono e che qualcuno perfino ne approfittava. Quando, prima di congedarci, gli diciamo di voler prendere un caffè, ci invita, con un'espressione decisa, quasi minacciosa, a non fermarci al bar che viene, ma a quello alle nostre spalle, lì la miscela è migliore. Non ci fermiamo da nessuna parte. Sentiamo il rumore di chi cammina dietro di noi. Una delle tedesche, Ute, dice che le piace riconoscere il carattere dai passi. Il rumore di oggi ha una cadenza decisa, la cadenza di chi sa dove andare e ci va con lo sguardo sensibile e le caviglie vogliose. Mi giro. Sono tre donne piuttosto anziane. A qualcuna sicuramente è morto il marito. Loro stanno bene quando escono a comprare il pane e il filo per cucire, ma soprattutto quando muore qualcuno. Peccato che un evento del genere accada solo
trenta quaranta volte in un anno. Ancora un pezzo di strada in salita e siamo sotto il grande campanile. C'è molta gente vicino alla chiesa, ogni tanto c'è chi prova ad entrare. Le persone che parlano hanno le mani ferme. Julia mi chiede come mai tanti ragazzi portano gli occhiali da sole. Le dico che questi ragazzi quando escono pensano prima di tutto agli occhiali da sole e alle chiavi della macchina. Oggi stanno qui perché ci sono tutti. Ma più che guardare vogliono farsi guardare. In un paese in cui, secondo loro, non accade mai niente, questo è un giorno
eccezionale. Ci sono anche tanti forestieri, perfino qualche bella ragazza. Proprio adesso ne sta una uscendo dalla chiesa. Ha le lacrime agli occhi. E sono le prime lacrime che vediamo. Io mi avvicino e le chiedo qualcosa con aria da giornalista. È venuta con la famiglia da Avellino. Per lei Don Leone era come un bambino, un uomo di una purezza incredibile, uno che viveva fuori dalla realtà, un santo. Mi dice anche che hanno dei vestiti che dovevano lavargli. Ora pensano di tenerseli come reliquie. Intanto davanti al portone si è aperto uno spiraglio. È il momento di
entrare in chiesa. Finora avevamo desistito anche perché l'altoparlante fa arrivare ben chiaro il discorso del vescovo, la cui parola svela istantaneamente a quale grado di finzione è sottoposta. Ascoltiamo ripetuti richiami alla povertà e alla fraternità. Il vescovo fa l'elogio di quello che faceva Don Leone, ma lo fa adesso che Don Leone è morto, lo fa perché sempre più spesso non si dice quel che si pensa e non si fa quel che si dice: anche per questo nessuno pone più vera attenzione a niente e a nessuno. Avanziamo lungo la navata. In fondo c'è una porta aperta. Ora siamo in una stanza che è servita ai prelati per prepararsi. Ci sono borse ben chiuse e qualche stola appoggiata alle sedie. È come visitare uno spogliatoio durante una partita. Ancora una porta e siamo sul fondo della chiesa, proprio dietro l'altare. Da qui abbiamo di spalle la massiccia figura del vescovo che continua il suo comizio. Di profilo, disposti a corona, ci sono tutti i preti e i frati della Diocesi. Non li avevo mai visti tutti insieme. Certo le loro facce, pur prive della ideale devozione al mistero di ciò che esiste, sono più interessanti di quelle che sfilano sugli schermi televisivi. Uno mi fa venire in mente la scena di un film con un prete seduto al capezzale di un morente che confessandosi gli fa capire di essere l'assassino dei suoi genitori. Il religioso piamente lo assolve. Poi va a prendere il fucile e gli spara in faccia. Usciamo per cogliere almeno un po' di emozione all'uscita del feretro, qualcuno che tremi per un momento. Le mie compagne hanno nella mente gli strazianti funerali del sud d'Italia che hanno visto nei film. Questo è
un funerale che non è per nulla come se lo aspettavano. Mi chiedono come mai la scomparsa di un uomo che ha fatto tanto bene non sembra suscitare rimpianti. Io cerco di allargare il discorso alla reazione alla morte che in questi paesi è assai diversa da quella di una volta. Lo scorso
inverno sono andato al funerale di un suicida nel mio paese. Un quotidiano provinciale il giorno dopo nel breve trafiletto di cronaca scriveva che tutto il paese si era stretto intorno al defunto. Il
giornalista non essendo sul posto aveva immaginato che in un paese del sud il funerale di una persona molto considerata avesse dovuto naturalmente dar luogo a un grande cordoglio. E invece al funerale c'era poca gente. Ma quello che è più curioso è stato l'impatto emotivo che
l'evento ha avuto. Quando ero bambino se qualcuno si uccideva (e la cosa capitava con una certa frequenza) era come se il paese si oscurasse. Una polverina acre si depositava su cose e persone in qualche modo coinvolte nell'evento, la spina avvelenata rimaneva a lungo sotto l'unghia. Sto pensando queste cose mentre ci dirigiamo verso Cairano, il piccolissimo paese vicino ad Andretta dove Don Leone era nato e voleva essere seppellito. Ora noi siamo sulla cima del paese. Julia si è seduta per terra e guarda lo strapiombo che c'è giù. Stanno arrivando le macchine del funerale.
Sono tante, procedono lentamente. E dall'alto, una dietro l'altra, silenziose, colorate, queste macchine sembrano modellini spinti da un soffio. Osservo questa scena che fa sbiadire le tinte accese in cui ingarbugliamo ogni giorno la nostra esistenza, incapaci di lasciarla fluttuare senza freni nella sua dimora naturale tra l'indefinito e l'infinito. Scendiamo dal nostro punto di avvistamento e ci uniamo al corteo che accompagna Don Leone al cimitero. Alcune persone vestite in uno strano modo portano a spalla la bara, davanti a loro ci sono dei giovani che
intonano un canto religioso. Guardo l'uva quasi matura di una vigna adiacente al cimitero che si trova su un pendio ripidissimo, cammino a passi rapidi e sento distintamente che sto camminando, che sto vivendo un giorno della mia vita e queste persone che mi circondano sono come pane benedetto. franco arminio
comunità / michele fumagallo
Cari Amici della Comunità Provvisoria,
l'incontro di domenica 11 novembre a Cairano è il terzo dopo quelli di Bisaccia e Abbazia del Goleto (Sant'Angelo dei Lombardi). Dopo una partenza entusiasmante, non sfugge oggi a tutti noi l'impasse in cui si trova la "comunità" dopo appena due mesi dall'inizio della sua storia.
Vi confesso che tutto questo non mi meraviglia. E' assolutamente normale che in una comunità di amici che si incontrano in modo spontaneo e informale accada questo.
Tuttavia c'è una cosa che non deve avvenire pena la fine anticipata dell'esperienza. Ed è quella della disgregazione del gruppo. Cerco di spiegarmi.
Il primo incontro promosso da Franco Arminio alla Locanda Grillo d'Oro di Bisaccia è stato molto interessante ma mancava forse di qualche punto fermo (c'è sempre un punto fermo in qualsiasi attività umana altrimenti la cosa muore in fasce o addirittura abortisce). In queste brevi e disordinate note cerco di indicare qualche punto fermo per la nostra attività futura.
La comunità nasce come desiderio di incontro tra persone che vivono in un territorio (per adesso più o meno quello provinciale poi si vedrà), che hanno voglia di parlarsi, di conoscersi, di scambiarsi idee ed esperienze. Questa è la sua unica, e sottolineo unica, finalità. Guai a pensare di poter sintetizzare tra persone che hanno idee, esperienze e pratiche diverse di vita e di impegno civile e politico.
Guai a pensare di poter usare le persone per altre cose, anche nobili e giuste, ma qui assolutamente improprie e pericolose perché foriere di forzature distruttive. Questo è quello che dobbiamo capire tutti.
Voglio dire che a tutti noi fa comodo e piacere incontrarsi, conoscersi, parlarsi. Ma nessuno deve avere la minima impressione di essere usato per altri fini.
Momentaneamente la comunità provvisoria, e mai nome fu più azzeccato, tale è e tale deve restare.
Chi ha il suo impegno politico, lo deve esplicare per fatti suoi altrove, non qui.
Chi ha il suo impegno professionale, lo deve verificare altrove, non qui.
Chi ha desiderio, certo legittimo, di intervenire sulla realtà in qualsiasi modo, fosse pure quello semplice e banale di un comunicato stampa, deve farlo altrove, non qui.
Per quanto riguarda l'informazione dei nostri incontri, penso che in questa sede noi dobbiamo avere il coraggio (sì, si tratta proprio di coraggio oggi) della "chiusura" e del "rifiuto". Dove il termine chiusura rimanda un pò a quello di "separatezza", termine caro alle femministe di un tempo, che alludeva al guardare in se stessi, al non essere disturbati momentaneamente da altro. Mentre invece il termine rifiuto è semplicemente la messa in opera, urgente ovunque e in qualsiasi attività oggi, di una difesa dall'inquinamento e manipolazione dell'informazione nella nostra epoca.
L'informazione qui da noi, nella comunità provvisoria, è solo (solo? ma è forse la più rivoluzionaria che possa esistere!) quella che scaturisce dall'incontro e dal contatto personale, naturalemnte senza escludere, siamo sempre figli della nostra epoca, l'uso intelligente ma parco di internet.
Mi rendo conto che tutto ciò possa lasciare con l'amaro in bocca chi ha altre finalità, ripeto tutte legittime, ma qui, nella nostra comunità provvisoria, assolutamente improprie.
Sento già qualche obiezione: ma allora così che facciamo, andiamo avanti a vita a incontrarci, parlarci, eccetera? La mia risposta è no, non andremo avanti a vita. Anzi io ho una proposta da fare agli amici della comunità: andremo avanti con gli incontri mensili in luoghi diversi del territorio per un anno. Poi tutto è lasciato al caso e a ciò che accadrà dopo queste esperienze di un anno. Solo allora si farà un bilancio e si deciderà il da farsi. Oggi invece è obbligatorio stabilire che gli incontri sono assolutamente informali, piacevoli, amicali e nulla più (nulla più? ma è già tantissimo se riusciamo a fare questo, altroché!), senza decisioni di nessun tipo tranne il luogo dove incontrarsi il mese dopo.
Gli argomenti, mese per mese, possono essere decisi o da Franco Arminio, che è stato il promotore di questa iniziativa, o da chiunque nell'assemblea, magari il prossimo "padrone di casa", cioè l'amico che ci ospita nel proprio paese.
Ecco, stabilire questi punti fermi, ci fa, almeno secondo la mia opinione, uscire dall' "ingorgo", e soprattutto dal pericolo dello sfaldamento dell'iniziativa. Michele Fumagallo
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un ricordo emozionale / luca
Ho scoperto Cairano dai finestrini di un treno. Esperienza unica il paesaggio che muta. Cairano dalla sua rupe che ti penetra attraverso gli occhi sul ritmo lento di un vagone, come uscito dal film della "Donnaccia". Era il 1995 un treno a pasquetta che ripercorreva l'antica linea Avellino Rocchetta.- Ci sono salito – a Cairano - per la prima volta in una mattina di ottobre, cielo azzurro terso e sotto il "mare" di Cairano bianco, soffice, "Al di là dell nuvole".- Poi la tesi all'Università, l'impegno professionale, e il non stancarsi mai di mandare amici e "strani" viaggiatori a Cairano. Nessuno poi mi ha mai rimproverato di averli spediti "da un'altra parte del mondo".- Forse, sapendo che in Irpinia c'è ancora un'altra parte del cielo bisogna inventarsi nuove funzioni per questi centri, altrimenti rischiamo di mummificare cadaveri. __ Certo l'emozione molto spesso è generata dalla predisposizione del proprio stato d'animo, però a volte il luogo ti libera e forse vuoi volare. Era il maggio del 1997 che accompagnai un gruppo di persone a me care (oggi dove sono con il loro cuore ?) sulla rupe , a spaziare con lo sguardo a 360° , restituisco a voi e a me foto ancora stampate su carta kodak e chissà che domenica non ci sia qualcuno che faccia di nuovo ossigenare il proprio cuore.- Luca
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no media / persone e personaggi / rave party / comunità
DOMANI MI ATTIVO PER IL VIDEOPROIETTORE. HO CHIESTO LA DISPONIBILITA' DEL SALONE EDIFICIO SCOLASTICO VICINO CASA MIA E FARO' TROVARE UNA TRENTINA dI SEDIE (O PIU') DISPOSTE A CIRCOLO. PER IL RISTORO CI SARA' UNA DISCRETA QUANTITA' DI PRODOTTI TIPICI, PREVISTE SEMPRE 30 PRESENZE. IL VINO SARA' IL MIO CON ASSAGGIO DEL NOVELLO. L'HO GUSTATO OGGI ED E' STAORDINARIO!!! STO VEDENDO PER L'ORGANETTO. LEGGEREMO UN PAIO DI POESIE DI UNO SCRITTORE CAIRANESE. PRIMA DI ANSARE VIA HO PROGRAMMATO UNA BREVE VISITA ALLA PRO-LOCO. DONEREMO QUALCHE COPIA dei libri: " CAIRANO NELL'ETA' ARCAICA " e " UN'ESPERIENA NEOREALISTA A CAIRANO "nonchè il DVD del film "la DONNACCIA" E di " FESTARIA " OLTRE A CARTOLINE SU CAIRANO. SALUTI da LUIGI (e zi michelino)Etichette: antonio luongo, cairano, comunità provvisoria, luigi d'angelis, verderosa
8 novembre 2007
Cairano: il paese degli assenti
Alla fine dell'ottocento erano poco meno di duemila abitanti. Ai tempi del terremoto dell'ottanta erano quasi mille persone. Adesso ne sono rimasti trecentonovantuno. In queste cifre sta tutta la storia di un paese antico (fu abitato fin dall'età del ferro, essendo situato in una zona di transito tra il Tirreno e l'Adriatico), una storia di un lento e forse inesorabile processo di estinzione. __
Cairano è una palestra ideale per le mie esercitazioni paesologiche. Per me venire qui è come visitare un vecchio zio. Adesso non ho vecchi zii da visitare, nella mia famiglia si muore presto. Ci vengo almeno un paio di volte all'anno. Andare in un paese è come andare a teatro, teatro a
cielo aperto, con la recita muta dei muri, dei lampioni, delle porte chiuse, con gli sguardi dei vecchi, le loro parole ansiose di un ascolto, e poi un gatto che attraversa la strada, una macchina
parcheggiata, tutte cose singole e spaiate che s'impongono all'attenzione perché non sai che fare, perché non puoi stordirti con la patina dell'eccezionale. Vado veloce verso la mia meta in un pomeriggio dal polso leggero. La luce si sparge senza peso. È il nitore di settembre che dà a questi luoghi una malinconia ad acquerello, lontana dai cupi castighi dell'inverno. All'improvviso mi viene in mente che mio nonno veniva da queste parti a raccogliere le more. Rallento. Eccole. Il ciglio della strada è pieno di rovi. C'è un'intensa serenità dentro queste piante disordinate e questi frutti che non vengono dai rami, ma da una furia di spine. Il mio respiro quasi si fa lieto, ma è un po' turbato dalla visione di una lapide di una persona morta sul lavoro, anno 1961. Potrei indugiare ancora, cucire la mia carne all'aria di questa bella campagna. C'è sempre qualcosa che mi sbilancia in avanti, è l'impazienza di arrivare a destinazione pur sapendo che non mi aspetta
nessuno. __ Le prime che incontro sono due ragazze incuranti della linea. Una mi dice che lavora alla fabbrica di pantaloni a Conza. Otto ore al giorno, seicento euro al mese. Non vuole dirmi il nome, forse ha paura di perderlo il suo lavoro e non sono tempi in cui gli sfruttati hanno
qualcosa da opporre agli sfruttatori. __ Conversazione con Tonino, impiegato comunale e animatore della Pro loco che mi parla delle difficoltà a organizzare la festa dell'aria che
utilizza la cima aguzza del paese per i lanci acrobatici. Mi fa vedere il DVD dove hanno riprodotto una commedia teatrale dei ragazzi del posto. Gli pare un segno di speranza. Intanto gli chiedo di dirmi chi è rimasto, cosa è rimasto. Qui è tutta una faccenda di piccoli numeri: due bar, un alimentari, una merceria, un negozietto di articoli da regalo, un tabaccaio, un forno (ma molti il pane lo vanno a comprare fuori) cinque impiegati comunali, due ingegneri, un architetto, un geometra, un insegnante, quattro impiegati Asl, un falegname, una decina di contadini, una ventina di studenti, centosessanta pensionati. Visto che ci siamo posso aggiungere altre curiosità e notizie. Bevanda più venduta: birra peroni. Cognome più diffuso: Bilotta. Altitudine sopra il
livello del mare: 770 metri. Distanza dal Avellino: sessantotto chilometri. Cairano ha dato i natali al musicista Carlo Di Marzio, all'educatore Eugenio Molossi, ideatore del "Regolo Molossi", sistema educativo per non udenti e non vedenti, al giurista Michele De Stefano e al sacerdote esorcista Don Leone. Nativo del luogo è Franco Dragone, emigrante di successo. Stanno altrove anche il sindaco, Salvatore Mazzeo, che fa il medico a Napoli, e il vicesindaco che vive a Lioni e
ha moglie e figli in Francia. Ogni volta che arrivo nella piazzetta ricavata dal tetto di una
palazzina è un ex imprenditore edile che mi racconta la storia di una disavventura che ha avuto con un mio compaesano. __ Il barista Angiolino Arace fa sempre le stesse battute. __ Qui si vive con la carta copiativa e poco importa se il segno è sempre più sbiadito. __ Anche Pietro Schettino è uguale a come l'avevo lasciato. Si accudisce da solo nonostante abbia quasi novantacinque anni. Non è l'unico. Prima di arrivare a casa sua, accolto dal televisore ad altissimo volume, avevo provato un po' di pena vedendo una vecchina che ascoltava Radio Maria. __ Zio Pietro mi racconta la stessa storia che mi ha raccontato l'anno scorso. La moglie fu colpita da un ictus che lui chiama semplicemente ics. Sostiene che il medico del paese non abbia fatto molto per
aiutarla. Non so che dire, certo il medico a Cairano pare un problema più che un punto d'appoggio. Ne parlano come uno scorbutica. Recentemente ne è arrivato un altro sempre da un paese vicino, ma pare che non sia l'ambito entro cui può operare e quelli che avevano cambiato
adesso devono tornare indietro. __ Morale: più che di medico condotto si deve parlare di medico coatto. __ Zio Pietro è sempre stato qui, i suoi quattro figli sono emigrati e due di loro nonostante che stanno a Roma non si fanno vedere da anni. Si lamenta dei suoi figli, avrebbe voluto sistemarli meglio mettendo a frutto le sue conoscenze. Lui era l'unico comunista del posto, punto d'appoggio per tutti i comizianti che predicavano la riscossa degli umili e degli oppressi. __ Bassolino è stato a casa sua molte volte e ha conosciuto anche Giglia Tedesco e Giorgio Napolitano. Comunque nonostante l'assidua militanza non è stato mai eletto. Cairano era la
prova lampante che più un posto era misero e più la Democrazia Cristiana faceva il pieno dei voti. __ Torno al bar di Arace. Cerco di animare la conversazione tra i presenti. Il più tonico è uno che fa il vigile urbano. Ci tiene a dirmi che il paese è bene amministrato, poi mi fa sapere che la scuola elementare da poco ultimata è stata dichiarata inagibile e i pochi allievi sono ospitati nel Comune. __ Chiedo all'impiegato notizie del progetto di Borgo biologico di cui il sindaco mi aveva parlato una decina d'anni fa. Ancora non è successo niente mi dice. __ Alla fine della mia giornata incontro la figlia dell'animatore della Proloco, una bellissima quindicenne. Mi dice che non vede l'ora di andarsene. Anche se non ha l'aria di una che sogna di fare la velina, pensa che per lei non c'è futuro nel suo paese. Io sento che non c'è futuro da nessuna parte, ma questa è un'altra faccenda. ____ Franco Arminio (da "altre campanie" corriere del mezzogiorno)
a cairano / romano + carla
la cosa paradossale è scontrarsi quando in realtà si è d'accordo su delle questioni. Mi piace frequentare il gruppo perchè sento l'esigenza di incontrare persone intelligenti che possano accrescere il mio bagaglio relazionale. Condizione che ho posto per questo è poter ridere. Prendersi sul serio genera malattie psicosomatiche che vorrei evitare... dall'ulcera a salire... Del resto si va a Cairano anche per sdrammatizzare una situazione oggettivamente pesante di quel paese. I Clown terapeuti penso servano a questo. __ Giorni fa ho presenziato ad un incontro di una blogger che parlava manco fosse Dio sceso in terra: una seriosità pallosa. La ragazza ha 35 anni e francamente spero di non vederla più.... proprio per questo prendersi sul serio. __ Il rischio per la nostra comunità è proprio quello: ad ogni incontro ognuno dice i suoi drammi oppure quanto è bravo o quanto è più bravo ed intelligente di altri..... il rischio qual è? come insegna Internet ormai le comunità spontanee nascono per comunanza di interessi e per comunanza di sensibilità e metodologie di comunicazione. i favolosi irpini rischiano di morire per questo motivo. __ Che senso a venire a degli incontri se nessuno scende dal piedistallo? __ Francamente di tutti questi incontri mi è piacuto lo spirito di ____ ____ ____ tutti hanno detto cose interessanti e condivisibili sian ben chiaro ma solo loro hanno la capacità di rapire il cuore e l'intelligenza e di avvicinare piuttosto che di allontanare le persone. __Sarà la mia formaziona antiaccademica ma non amo le cattedre nè chi dall'alto dello scanno definisce stupida una battuta di una persona che francamente non si conosce in fondo....... mi si perdoni la veemenza tardoadolescenziale ( per usare un eufemismo) ma certi toni saccenti risultano fastidiosi.... cosi come il ricorso agli slogan di cui sono un grosso utilizzatore...... a cairano __romano
carla wrote: __ Ridere per una battuta o prendere sul serio certe affermazioni non fanno necessariamente, di chi esercita tali attività, un intelligente o un pedante. Si puo' essere divertenti senza cadere nel cattivo gusto
o nell'offesa implicita e, viceversa, non saper misurare la portata e il senso di ciò che si dice. Reiterare l'offesa, credendo di giustificarsi, poi, è un'evidente dimostrazione del "perseverare diabolicum". Né basta essere giovani per attribuirsi patenti di messe all'indice dell'altro che la giovinezza l'ha già vissuta in termini anagrafici. Ma evidentemente e fortunatamente le cellule cerebrali non seguono i cicli naturali dei muscoli, siano essi di arieti o d'altre forme animali...
Ma non eravamo una comunità?
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6 novembre 2007
sull'ascoltare / nanosecondo
sull'ascoltare...... Comunichiamo molto, eppure a volte veniamo accusati che non ascoltiamo. __ Non tutti comprendono che se ascoltassimo tutte le cose che ci dicono faremmo diventare queste/a persone/a la nostra guida alla comprensione. Ciò se riflettete sarebbe orribile perchè avremmo creato una nuova gerarchia ed autorità che non ci consentirebbe di realizzare ciò che noi desideriamo veramente. __ Il vero ascolto porta con sè la libertà. __ Solo nella libertà può esserci creatività e quindi la creatività è possibile solo se conosciamo noi stessi, il nostro modo d'essere. __ Io, grazie alla mia moto del tempo, senza illudermi che ciò possa essere una ricompensa, perchè solo l'amore incondizionato è eterno, viaggio tra diversi mondi e modi d'essere per scoprire me stesso con l'altro (compreso il mio Clown Nanosecondo o il Prof. Sproloquio che vi presenterò domenica a Cairano (AV). __ In questo caso però quando viaggio nel tempo o come voi per paesi, bisogna stare attenti. La memoria (le nostre credenze) ci impedisce di amare, perchè o troppo legata al passato o troppo orientata al futuro. __ Se riflettete quando amate veramente la mente è vuota. Essa sta nel tempo presente. Nell'amore non c'è contraddizione, come nel dolore e nelle paure che ci fanno oscillare tra passato e futuro. Nell'amore, c'è solo la bellezza del tempo presente. __ La trasformazione del mondo, della nostra "comunità provvisoria", non può che avvenire solo da noi stessi dopo aver svuotato la nostra mente e questo avviene solo quando comprendiamo solo il nostro modo d'essere nel tempo presente. Ora, e solo adesso, può cambiare la nostra vita, l'importante è che riuciamo a modificare le nostre percezioni e con esse le nostre credenze. __ Solo così possiamo anche guarire aiutati anche dalle nuove scienze biologiche "l'epigenetica" che ci confermano come il destino degli uomini non sia in mano ai geni ma al nostro modo d'essere. __ Per questo credo vivamente che: "La democrazia è la capacità di un popolo di unificarsi nei dolori; nelle paure e negli amori" e ora aggiungo anche "nel tempo presente". __ Nanosecondo
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guardando le foto
c’è il mare.
Lo guardo appoggiando
l’ombra a un palo.
Sempre tempestoso
riflette gli animi
di questa gente.
Chi vive lì sotto
vede fosche giornate
ripetersi, inutili,
senza sogni, né
speranza di cambiare.
Siamo pochi
rimasti a guardare
questo mare.
Scompare
a Mezzogiorno,
quando la bassa marea
assorbe le sue nuvole.
(sull'autobus Guardia Lombardi - Avellino, ore 6,30 del 23 gennaio 1997)
DOMENICO CIPRIANO
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